Terzo Tempo rugby. Una migliore scusa per bere birra?

Pochi giorni fa è iniziato uno degli incontri più attesi dagli amanti del rugby: l’edizione 2014 del Torneo 6 Nazioni. L’Italia, purtroppo, esce sconfitta per 23-15 contro il Galles nella giornata d’apertura ma, sebbene la sconfitta sia ancora viva nel cuore dei tifosi, è l’occasione giusta per parlare di quello straordinario momento di condivisione che è il Terzo Tempo, e dell’intimo legame che lega storicamente birra e rugby.

terzo-tempo-rugbyIl Torneo mette radici nel 1883, coinvolgendo unicamente i quattro Paesi del Regno Unito (era allora chiamato 4 Nazioni), Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda, allargandosi poi a Francia (1910) e, più recentemente (2000) all’Italia. Da una parte abbiamo uno sport “sacro” come il rugby, che associa alla fisicità ed alla competizione agonistica esercitate sul campo l’esaltazione di valori quali condivisione e valorizzazione del collettivo. Dall’altra parte la birra, sua amata consorte e compagna di giochi, bevanda socializzante per antonomasia. Quale miglior modo allora per celebrare degnamente il rito del Terzo Tempo, se non innaffiandolo (letteralmente!) del nostro amato “nettare biondo”?

Il Terzo Tempo nasce come momomento di condivisione post-gara, simbolo del rispetto dell’avversario, dentro e fuori dal campo di gioco. Indipendentemente dal risultato i giocatori, che smettono di essere antagonisti, si incontrano amichevolmente su “campo neutro”, coinvolgendo a volte parenti, amici e persino tifosi, in un clima spensierato e cordiale. E’ incredibile la comunanza di aspetti tra birra, rugby e Terzo Tempo. In una “lettura alla cieca”, potrei tranquillamente considerare la birra l’argomento principale di questo articolo. Perché è pacifico sostenere che non ci sia bevanda al mondo in grado di rappresentare meglio un momento di aggregazione e condivisione.

L’usanza è quella di offrire alla squadra ospite i piatti tipici del luogo. Eppure, se il cibo è una variabile, il consumo di bevande alcoliche è una salda costante. Ricordiamo che il rugby nasce in paesi dalla lunga tradizione birraria, ed è bello immaginare come i festeggiamenti nel corso del Terzo Tempo abbiano contribuito alla diffusione della birra anche in Italia.  Immaginate (purtroppo non è un’esperienza che ho vissuto, ma è nella mia wishlist) di assistere ad una partita di rugby dall’interno di un pub anglosassone: l’immagine della birra e del suo (abbondante) consumo è la prima cosa che mi viene in mente. Assieme a scazzottate scozzesi e inni irlandesi, ovviamente! 🙂

Del resto, dopo la fatica sportiva ed il dispendio di energie che essa comporta, è necessario recuperare, e la birra è (come al solito) un’ottima scusa. Illuminante l’affermazione dell’ex rugbysta e allenatore Marco Bollesan dopo una sconfitta contro i possenti All Blacks (quelli del Maori, la danza tribale, per intenderci) con una differenza abissale di ben 70 punti: “il terzo tempo ci servì a compensare in birra quello che avevamo preso sul campo…senza il terzo tempo, non avrei giocato né il primo né il secondo“.

Porter e Stout, Barley Wine, Bitter, Mild, Old Ale, India Pale Ale, Brown Ale, Irish e Scotch Ale e…chi più ne ha, più ne metta. Patria delle Real Ale, i paesi anglosassoni hanno una tradizione birraria, una vastità di categorie stilistiche, ma soprattutto…una sete, da far paura! A voi la scelta. Qual’è la vostra birra del Terzo Tempo? Chi di voi ha avuto il piacere di  assistere ad una partita di rugby dall’interno di un pub del Regno Unito?

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