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Sulla cresta della (new) wave: un assaggio di birre artigianali londinesi

Londra? Una città a dir poco ffascinante! Anche dal punto di vista birrario. Ho finalmente capito perché parlano di renaissance. Appunti di birre artigianali londinesi bevute. E di qualche incontro molto particolare.

Ci eravamo lasciati sul più bello.Pensavi non me lo fossi fatto un giro a Londra? Qui ho avuto una “sveltina” con un po’ di birre artigianali londinesi, ma anche un incontrato ravvicinato con due persone del settore: Gianmaria Ricciardi, birraio di Howling Hops, e Anna Managò, creativa di ByVolume e giudice birrario – recentemente insigne a Birra dell’Anno 2014.

Preparati: sul blog sentirai ancora parlare di loro. Presto.

Oggi però si parla di mangiare e di bere, e allora andiamo subito al sodo. Permettimi però di mettermi comodo, cacciandomi prima un sassolino dalla scarpa. Non che avessi grosse pretese quando mi sono seduto a mangiare – avevo più bisogno di riposarmi che di rifocillarmi – ma quella di Pizza Express non è di certo l’emblema della bontà. Ho provato una strana versione di Margherita con della carne macinata. Non era male, ma se sei abituato a quella italiana – o ancora di più a quella napoletana – passa subito oltre.

Sulle birre, invece, sono caduto in piedi.

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Le prime due le ho bevute al Cock Tavern, il pub sotto il quale – e per sotto lo intendo davvero – vengono prodotte le birre a nome Howling Hops. Ambiente caldo e accogliente, ampiamente illuminato, arredato con abbondante legno. L’insegna affissa all’esterno, in cima alla porta d’ingresso, è già di per sé uno spettacolo. Il bancone si sviluppa ad angolo retto, con ben 16 pompe montate – la metà delle quali sono destinate a sidri rigorosamente UK – alle quali si aggiungono 7 spine. La selezione birraria premia ovviamente la produzione firmata Howling Hops, alla quale sono riservate 3 spine direttamente collegate ai conditional tank in cantina. Gli altri sono birrifici del circondario londinese, tra i quali Kernel e Camden.

Come ti sentiresti a camminare sopra gli impianti di produzione?

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Con gli impianti nel seminterrato è come avere una cantina nella cantina. Attraverso anguste scale si entra davvero in un altro mondo. Stretto e basso, molto più spartano – com’è giusto che sia – rispetto al piano di sopra. La sala produzione è praticamente un buco: tre conditional tank e un impianto da “soli” 5 hl, interamente manuale. “Povero Gianmaria”, ho pensato. E invece, nonostante le difficoltà associate all’impianto, scoprirò che le scelte fatte attorno le birre artigianali londinesi non sono mai banali, ma piuttosto frutto di una lungimirante visione e di una ponderata filosofia produttiva.

La cosa più interessante dell’impianto? I fermentatori aperti!

Questo consente ai microorganismi (e ai lieviti) presenti nell’ambiente di coltivare il mosto in maniera spontanea. O quasi. Non sarà una fermentazione spontanea pura, ma consente di caratterizzare le birre con un tocco inconfondibile. Quella dei lieviti è una “fissa” per le birre Howling Hops: ogni quattro mesi i lieviti vengono raccolti, portati in laboratorio e sottoposti ad analisi.

“Il lievito è ciò che più caratterizza la birra”, sostiene Gianmaria.

L’errore maggiore che un birraio possa fare, e oggigiorno succede spessissimo, è quello di annullare il profilo del lievito a favore dell’inflazionato luppolo. Lo ammetto, anch’io sono un luppolo dipendente. Tuttavia non lascio mai che il suo apporto, sia aromatico che gustativo, possa mettere in ombra la magia dei lieviti.

Le birre Howling Hops sono fedeli al loro nome ed esaltano la parte luppolina, normalmente con un massiccio late hopping. Anche le birre meno caratterizzate dal verde cono, visti i fermentatori aperti, hanno bisogno di una mano di luppolo in più. Questo consente di rivestirle di un film protettivo contro infezioni e compagnia bella.

Ho saggiato la prima Mild della mia vita.

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E ti dirò: spettacolo! 3 gradi alcolemici di pura bontà. Graziosa e snella in bocca, watery ma neanche più di tanto,  con un bell’aroma misto di nocciole e resina. In bocca regala una sferzata agrumat, per poi dileguarsi rapidamente. Poi ho provato la Amber Special. Anche qui siamo su un “basso profilo”, perlomeno alcolemico: appena 4,2% abv. Luppolatura a tre C (Cascade, Centennial e Columbus), si contraddistingue per la spiccata presenza di note resinose. Ma è pur sempre una Amber, e come tale il malto impone attenzione: consistente ma scorrevole, regala decise note di caramello e nocciola.

Poi sono andato al Florist Arms, e mi sono fatto un altro paio di birre.

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E’ un graziosissimo locale abbondantemente decorato da fiori all’esterno. All’interno un bancone su tre lati. Notevole. Non tante le spine in realtà, mentre non manca qualche pompa. Ho bevuto una Pale Ale della ELB (East London Brewing), decisa e amara, tanto quanto basta per farla scomparire nel giro di qualche minuto, grazie anche a un profilo maltoso che la fa praticamente scivolare via. Poi è stata la volta della Bethnaal Green Bitter di Brodies, che non mi ha fatto né caldo né freddo- Infine la Quadrant, una Oatmeal Stout nuovamente della ELB, la quale è risultata essere un concentrato stucchevole di liquirizia.

Quando ormai avevo appeso il bicchiere al chiodo ho avuto un inaspettato incontro.


Mi trovavo a passeggiare per il quartiere di Shoreditch quando, in maniera completamente casuale, mi sono imbattuto nel Brewdog Bar di quell’area. Lo sai: amo il loro modo di essere, e di comunicare la propria identità – pur a volte estremizzando forzatamente – per cui capirai qual piacere nel poterci andare di persona. Non avevo molto tempo, ma una birra me la sarei fatta volentieri. Quale allora, se non il loro cavallo di battaglia? Senza pensarci un secondo mi sono seduto al bancone e ho ordinato una Punk IPA. L’ho bevuta con grande curiosità, sono tornato a casa con una cocente delusione, nell’animo e in bocca. Piatta, poco profumata, pochissimo gusto, un amaro appena percettibile. Si beve con semplicità, ma con altrettanta semplicità si passa oltre. Molto meglio il locale: l’insegna sovrastante il bancone, effetto luci di Broadway, fa la sua parca figura. In giro poi, in mezzo a merchandising sparso, fa capolino anche qualche etichetta ospite. Di sicuro ho riconosciuto le lattine di Beavertown.

Mi sono messo nuovamente in cammino. Poi, stanco morto, mi sono parcheggiato da Pizza Express, e sai già com’è andata a finire. Finalmente potevo riposare, ma ancora non sapevo che quella notte, in aeroporto, non avrei chiuso occhio. Quantomeno mi porto dietro un bel ricordo delle birre artigianali londinesi. Credo proprio che ci tornerò!

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