st bernardus abt 12

St Bernardus Abt 12 Dark Strong Ale

Ho avuto l’onore – e l’onere – di assaggiare la St Bernardus Abt 12, da molti equiparata alla leggendaria Westvleteren 12.

Un assaggio di St Bernardus Abt 12 è un po’ un assaggio di storia. Non tanto per la birra in sé e per sé, la cui storia è piuttosto recente (1992); non tanto per lo stile della birra (Quadrupel, per gli amici una Belgian Dark Strong Ale), che è un classicone del Belgio birrario; quanto piuttosto per il fatto che più di una persona sostiene – con una certa fermezza – che la ricetta di questa birra è la stessa della birra trappista di cui condivide il numero, ovvero la Westvleteren 12. E lei sì che è un bel pezzo di storia! Verità o leggenga? A dirla tutta la somiglianza è ben più che suggestione. Dal 1946 e fino al 1992 le birre del monastero trappista Sint-Sixtus – quello della Westvleteren – erano prodotte sotto licenza presso il vicino birrificio St Bernardus.

Da quell’anno la produzione tornerà dentro le mura monastiche.

Il trasferimento della produzione dentro le mura monasteriali avviene a seguito dell’introduzione delle nuove regole per potersi fregiare del logo esagonale – ma l’abbazia di St Bernardus continuerà a utilizzarne ricetta e lievito. Le due birre sono allora identiche? Nì. Cambiano l’acqua – quella della Abt 12 è leggermente più salata – il ceppo di lievito – Sint-Sixtus ha recentemente adottato un nuovo lievito – e ovviamente la mano del birraio. A parte questi “piccoli” dettagli è però legittimo sostenere che le due birre condividono la medesima radice. Svelato l’arcano passiamo alle cose serie. Il nome Abt deriva da Abbot, ovvero il più alto rango raggiungibile da un monaco all’interno di un monastero. Lo stesso monaco sorridente in etichetta.

La St Bernardus Abt 12 fece l’occhiolino ai passanti.

Si dice che il monaco si desti ogni 1000 bottiglie che rotolano dalla sala di produzione a quella di imbottigliamento. La Abt 12 viene rifermentata in bottiglia con un altro ceppo di lievito. I luppoli utilizzati sono inglesi da aroma (Goldings) e “nobili” tedeschi da amaro (Hallertauer Magnum). Più un tocco di zucchero candito. Dopo tanto chiacchierare è finalmente giunto il momento di bere!

Schiuma

Generosa ma non imponente, trama media, colore e aspetto cappuccino; abbastanza persistente e incredibilmente aderente.

Colore

Tonaca di frate – manco a farlo apposta – con riflessi rubino. Aspetto opalescente dal quale – ahimè – si vede l’abbondante presenza di corpi in sospensione, probabile causa del suo eccesso di carbonazione (gushing).

Aroma

L’impatto olfattivo è disarmante, per ricchezza. bontà e fragranza maltose (crosta di pane, farina di castagne, toffee, miele di melata di bosco, marzapane, amaretto). Basta un sorso e vien voglia di mollare ogni velleità degustativa e tuffarci dentro la bocca a grandi sorsate. Ti fermi, rifletti e rinsavisci. Vale la pena attendere un po’. La conferma arriva subito dopo, quando le note maltose fanno spazio a quelle fruttate (pera, pesca sciroppata), in particolare rossa e sotto spirito (ciliegie, prugna, uva sultanina, carruba). E’ strano ma non vi sono note tostate, eccezion fatta per un tocco di cioccolato al latte. L’alcol, unito a una suggestione speziata, suggestiona le narici con un ricordo di amaro ghiacciato alle erbe. La nota etilica è riconducibile al vino Madeira: morbido, caldo e leggermente ossidato. E ancora tanto, tantissimo dolce, con la farina di castagne a farla da padrona. Bomba!

Gusto

L’imbocco è molto meno consistente di quanto ci si potesse immaginare da una birra di siffatta potenza aromatica. Ma è tutto fuoco sotto cenere, perché il gusto è un concentrato di sapori. Si inizia anche qui dai malti: pane, orzo, biscotto. Non c’è molta frutta in polpa ma ce n’è in abbondanza di secca (mandorla amara, castagna) e di rossa (ciliegia, amarena), più un filo di carruba. Bassa carbonazione, corpo da medio a pieno. Il tepore etilico è ben percettibile ma piacevole, sicuramente infedele rispetto al valore a doppia cifra riportato in etichette. Retrolfatto di amaretto. Chiusura secca di alcol, che caratterizza anche il breve retrogusto. E’ un assaggio che però mi lascia con una domanda: e se non avessi beccato una bottiglia leggermente difettosa? Massiccia.

Gushing e corpi in sospensione suggeriscono che qualcosa è andato storto. L’aroma non sembra essere stato intaccato ma in bocca si perde un po’. Mi sa che questa St Bernardus Abt 12 merita una seconda occasione.

Conoscevi anche tu la storia della St Bernardus Abt 12? hai avuto modo di berla? cosa te ne pare?

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