southern beer fest sud birra

Southern Beer Fest: Sud a tutta birra

Si è concluso il Southern Beer Fest. Dopo tre giorni di bevute è tempo di tirare le somme.

Si è conclusa la seconda edizione del Southern Beer Fest, festival delle birre artigianali made in Sud organizzato dal brewpub Gli Sbronzi di Reggio Calabria. La kermesse è stata un’occasione perfetta per incontrare più da vicino la bevanda di Cerere, assaggiando prodotti altrimenti poco reperibili per via di una distribuzione certamente non capillare. Oltre alla vicinanza territoriale – attualmente vivo in Calabria – è stato un festival a me vicino anche dal punto organizzativo, visto che mi sono occupato della selezione dei birrifici partecipanti. Il Southern Beer Fest è così diventato una ghiotta occasione per unire utile e dilettevole: fare nuove conoscenze e ricevere conferme. Ma prima di passare agli assaggi proviamo a fare il punto della situazione.

In Calabria la birra artigianale è un perfetto conosciuto.

Discorrendo coi partecipanti, sia ospiti che avventori, ho potuto raccogliere i più disparati pareri. Quello che è emerso è che la definizione “birra artigianale” è ormai sulla bocca di tutti. Tutti la conoscono anche solo per averne sentito parlare. Il problema – se così possiamo dire – è che pochi sanno cosa significhi veramente. Al bancone il consumatore medio continua a ordinare la birra in base al colore o alla gradazione alcolica piuttosto che allo stile. Nulla di grave, anzi è già un gran passo in avanti. Di buono c’è che ho notato una grande attenzione a ciò che si beve, una crescente propensione all’ascoltare il birraio o publican di turno. Questo si riflette in una crescente consapevolezza verso la birra artigianale, che alla lunga trasformerà una vaga idea in un concetto ben definito.

La curiosità è stata superata. Adesso si parla di reale interesse.

Per converso l’interesse non è ancora sufficientemente diffuso da muovere grandi masse di gente. Quello che è mancato al Southern Beer Fest è stata la partecipazione massiccia da parte del pubblico giovane, quello che non si limita ad assaggiare bensì a bere. Quello che alimenta i consumi e che giustifica l’aver messo in piedi una macchina così imponente. E’ questo l’aspetto sul quale lavorare per la terza edizione del Southern Beer Fest. I riscontri del pubblico lasciano intendere che gli sforzi organizzativi siano stati compresi e apprezzati. Questo è un ottimo punto di partenza. Il sentiero è tracciato, non resta che percorrerlo.

Passiamo alle cose serie: gli assaggi.

Come al mio solito ho preso nota di tutti gli assaggi effettuati. Ho finalmente avuto il piacere di assaggiare qualcosa del Birrificio del Vulture. L’impressione è quella di una filosofia birraria improntata su birre molto aderenti allo stile di riferimento, rispetto al quale il birraio Ersilia D’Amico – o forse dovremmo dire birraia? – aggiunge un pizzico di pepe. Che si tratti dell’accento di scorza d’arancia amara nella White IPA (Gaddina Young) o della profonda tendenza torrefatta nella Imperial Stout (So’ Biologa) le birre del Birrificio del Vulture sono risultate espressive, di carattere originale ma comunque confinato nei parametri stilistici. Una bella scoperta, non c’è che dire.

Dalla Basilicata alla Campania.

Una vecchia conoscenza da me fortemente voluta al Southern Beer Fest è stata il Birrificio dell’Aspide di Vincenzo Serra. Ricordo con piacere la qualità delle sue birre. Qualità confermata e anzi sottolineata durante il festival. Ho assaggiato la recente Narciso, birra a base Blanche ma aderente allo stile-non-stile delle Italian Grape Ale (IGA), in quanto prodotta con 12% di mosto di Moscato (uva a bacca bianca particolarmente aromatica) aggiunta a freddo (in fermentazione). Il risultato conquista. Il naso è un’esplosione – letteralmente – floreale (rose) con una generosa componente di frutta rossa (ciliegia). Il lattico è appena percettibile. Intensa l’escursione gustativa, favorita dal tappeto maltato e un corpo notevole pur nella modesta gradazione alcolica (6% abv). Dopo l’incipit di cereali subentra delicatamente l’uva bianca, dando inizio alle danze che vedono un leggiadro miele alternarsi al rinfrescante frumento, con incursioni di frollino e uva bianca.

Eccezionale la Gairloch (Scotch Ale). Una birra deliziosamente nutty, straordinariamente carica sul fronte maltato, con le tostature che virano verso il cioccolato. Una birra che inizia morbida e voluttuosa e così rimane fino alla fine, ma a deglutizione avvenuta quel che rimane è solo la voglia di un altro sorso. Merita una menzione la Cappuccetto Rosso, Sour Ale presentata in anteprima durante i laboratori di abbinamento birra-cibo. Birra concepita come cheesecake liquida e realizzata, oltre che con acidificazione controllata (tecnica Kettle Sour), anche con aggiunta di frutti di bosco in fermentazione. Il risultato è meno acido del previsto, da yogurt direi. L’impressione è esattamente quella di una cheesecake: base di malti che vorrebbe essere croccante, strato centrale di yogurt e topping di sciroppo di frutti di bosco. L’ho abbinata a una cheesecake rossa e l’affinità ha vinto.

Bere birra come se non ci fosse un domani: fatto!

Conoscevo poco Eternal City Brewing (Lazio) e ho approfittato per recuperare. La loro tendenza verso le luppolature è ben nota, tuttavia li ho messi alla prova con birre diverse. Non mi ha convinto la Oatmeal Stout (Mora), mentre ci è riuscita la XXI Quattro. Si tratta di una Blanche con aggiunta di rosmarino. Il risultato è una birra molto aromatica, capace di regalare un’esperienza gustolfattiva che sa di Mediterraneo. L’abbiamo abbinata a una pizza a base rossa con acciughe. L’abbinamento, che inizialmente sembrava favorire la componente speziata della birra, è riuscita nel retrogusto a valorizzare il sapore dell’acciuga tuffata nel pomodoro.

Passiamo al fronte calabro-pugliese.

Ho incontrato Birra Ebers e Birra Kalabra, rispettivamente birrificio e beer firm. Di Kalabra ho assaggiato la nuova Blanche al bergamotto di Calabria. L’agrume calabrese è difficile da gestire nella sua enorme dote aromatica. Qui del bergamotto è stato estratto il carattere citrico da industria profumiera, senza scadere in edulcorate bevande commerciali. Un ottimo lavoro!

E’ stata poi la volta di bereKeller, birra in stile Keller realizzata con Angelo Ruggiero del blog berebirra. Un assaggio che mi ha avvicinato di qualche passo al momento in cui assaggerò le “vere” Keller della Franconia. Ho trovato un prodotto aderente alla scuola brassicola tedesca, facile da bere ma con una lunga storia da raccontare. L’escursione gustativa è stata gratificante: miele, frollino e cereali aprono la strada al rustico della segale prima e al procace erbaceo dopo. Il risultato è un sorso che si auto-elide, costringendoti a finire il bicchiere prima del tempo.

Nonostante il caldo estivo non sia l’ideale per bere birre muscolose la Winter’s tAle era un assaggio doveroso. Una Imperial Russian Stout molto improntata sulle note torrefatte, tra tutte il caffè in polvere. Intensa ed entusiasmante, una bevuta che evolve a ogni nuovo sorso giocandosela tra fenoli (vaniglia) e alcoli superiori (petali di rosa). Ma tra tutti è il carattere da torba che spunta fuori poco più in là a emozionare. Una birra che arde, in bocca e nella gola.

Scusi, è qui la festa?

Il contributo di Birra Bellazzi (Emilia Romagna) ha dato un tocco in più all’intero Southern Beer Fest, spingendosi oltre le sole birre. Ne ho assaggiate tre. Vor (in bottiglia) è una Imperial Stout molto spigolosa, dove caffè e cioccolato fondente contribuiscono a dare un amaro calzante. Sembra una base perfetta per essere smussata su due possibili fronti: quello dolce e quello acido. Ottima Jana, Saison aromatizzata con Pompia, un agrume sardo presidio Slow Food. Naso acidulo e pulito (yogurt) dove l’impiego di malto acidificato incentiva il frumento. Ma in bocca c’è spazio sol per l’amaro. In bottiglia ho assaggiato la Tap Room, una Vienna Lager Bellazzi style, ovvero talmente luppolata da travalicare il confine dello stile. Ne ho assaggiata anche la versione alla spina e c’era molto più malto e una più facile riconoscibilità stilistica. Incredibile come confezionamento (e lotto) diversi possano incidere talmente tanto sul profilo gustolfattivo della medesima ricetta.

Dalla Sicilia con furore.

Sugli scudi il fronte siciliano, egregiamente rappresentato dal Mosaik che ha presentato un’eccellente selezione di birre artigianali siciliane. Attendevo con impazienza la Cento Bocche versione Pacific del Birrificio Alveria. Una bevuta rivelatasi talmente amara da varcare il limite ma in grado di tuffarti nell’oceano con un solo sorso. Ragnarok (Amber Ale) del (neo) Birrificio Malarazza è un buono inizio per il birrificio in questione, da poco aperto e ancora in fase di rodaggio. Non rimane che assaggiarne le evoluzioni ma le premesse sono ottime.

Ottimo Yblon, di cui tutti parlavano ma di cui conosco poco. Saia è una Saison generosamente speziata (se non erro cumino, pepe nero e anice stellato). Il suo segreto sono proprio le spezie impiegate, percettibili ma non riconoscibili, esattamente come nella migliore ricetta di uno chef. Ma qui la vera sorpresa è stata Epica. Assaggiata la Tifeo, una Belgian Ale con aggiunta di miele di api nere siciliane. In questo lotto il classico miele è stato sostituito dal miele di castagno in porzioni minime (3%). De-li-zio-sa!

E in Calabria? Tanta roba!

Conferme per il Birrificio ‘a Magara. La SaisonSaison, versione potenziata di una comune Saison, riversa in bocca un amaro entusiasmante che quasi se la gioca con la Cento Bocche poc’anzi menzionata. Su una scia più modesta ma parimenti gustosa Symphony, Dark belgian Strong Ale di Birra Gladium, capace di rendere pulita (in tutti i sensi) una delle più intense declinazioni della scuola brassicola belga. Fortissimo il Birrificio Blandino, che riassaggio dopo tanto tempo. Geniale la Futura, Saison alla canapa sativa dove l’utilizzo della pianta caratterizzante è pressoché perfetto. Presente quanto basta, in grado di infondere odori e sapori molto caratteristici. Geniale anche la Amedeus, altra Belgian Strong Ale al miele di castagno. Qui il paragone va subito alla summenzionata Tifeo, rispetto alla quale la presenza del castagno è qui più generosa. Per converso la sensazione di assaggiare del miele di castagno direttamente al cucchiaio è golosa e appagante, soprattutto perché una buona attenuazione riesce a mondare l’abbondante dolcezza.

Il livello delle birre presenti al Southern Beer Fest ha confermato l’ottima qualità delle birre artigianali meridionali. Forse è ancora presto per esultare visto che mancano distribuzione e consumi. Ma sono sicuro che siamo già sulla buona strada.

Hai partecipato anche tu al Southern Beer Fest? Cosa ti è piaciuto di più? Cosa hai assaggiato?

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