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Pub crawling a Edimburgo: tra pub e birre scozzesi

Ho fatto pub crawling a Edimburgo e sono sopravvissuto per raccontarlo.

Edimburgo, capitale della Scozia: luogo perfetto per lanciarsi in un ardito pub crawling. Una visita se la merita. La puoi girare tranquillamente in un giorno. Se le gambe sono allenate il Royal Mile – principale attrazione turistica – occuperà solo mezza giornata, rendendo possibile dedicare l’altra metà a ciò che più ti piace. Se hai fame e sete di conoscenza non potrai mancare di fare tappa al museo nazionale scozzese. In tal caso preparati: una giornata non è sufficiente. Se invece hai fame e sete per davvero so cosa consigliarti di bello, buono e corroborante. Seguimi!

La cosa più bella? I pub stessi.

L’intero Regno Unito è famoso per i pub, tappa obbligata del dopo lavoro per una (una?) pinta in compagnia. Ma la Scozia, perlomeno la capitale, mi ha mostrato un volto ancora più affascinante. Il pub qui non è solo il tempio della birra: è il vero protagonista della storia.

E la birra ne è degno ornamento. Alcuni dei pub visitati sono posti incantevoli, che meritano di essere visitati a prescindere che tu sia un beer hunter o meno. Ah, preparati: in questo pub crawling è tutto facilmente raggiungibile a piedi. Una pericolosa tentazione, nevvero?

Il primo sogno a occhi aperti è il The Guildford Arms.

Prima di tutto l’ingresso: una di quelle porte rotanti che solitamente si trovano all’entrata di un aeroporto o di un sontuoso albergo. Dentro si compie la magia. Davanti a me è un trionfo di legno massello e dettagli sbrilluccicanti. Al mio fianco una sfilza di tavolini tondi in marmo e alle finestre tende di velluto. A terra è pieno zeppo di tappeti, ovunque. Ci metto un po’ a riprendermi dalla visione paradisiaca per rendermi conto della sua presenza. Lui, il re del pub: il bancone. La versione profana dell’altare di una chiesa. Tutto questo popò di roba per ospitare “sole” 8 handpump e 12 spine – prevalentemente crafty, tra l’altro.

Qui mi sono concesso una doppietta.

Bad Day at the office è la Pale Ale prodotta da Alchemist. Piuttosto saporita, lievemente fragrante di malti e con un accento amaro nel retrogusto agrumato (pompelmo, buccia d’arancia). Birra piattissima e servita a temperatura ambiente. Più che pane liquido è un vero e proprio forno in attività. La seconda è la California Common di Knops. Rinfrescante birra che combina la leggerezza di una bassa con il sapore di un’alta, carica di frutta a pasta arancio e di pane fragrante. L’amaro da tostature (caramello e leggero cacao in polvere) è bilanciato dalla frutta (scorza d’arancia).

Nel complesso il più bello di tutti è però il The Potting Shed.

Il suo nome (“il vasetto”, quello di coccio utilizzato per piantare) è indicativo dell’ambiente finto rustico. Strapieno di dettagli, una cosa che altrove risulta esagerata. Qui, invece, l’equilibrio è perfetto. Impossibile non farsi contagiare. Dà il benvenuto l’immancabile lavagna nera con la line up scritta in gesso bianco. Il bancone ospita una serie di botti sulle quali sono montate le vie. Prevalentemente keg con 3 o 4 handpump.

Ho fatto come al solito qualche assaggio sparso.

Sono partito dalla Lemon Dream Zesty Pale della Salopian Brewery. Impatto olfattivo intenso nelle note del frutto caratterizzante (limone) ma non aspro di buccia quanto piuttosto in polpa. Leggerissima in bocca, dove inizia speziata e leggermente piccante (paprika). Abbondante retrogusto maltoso di pane in mollica. Poche, pochissime bollicine ma sensazione sprintosa apportata dal limone. Una bella scoperta.

La seconda è la Blood Revenge della Black Metal Brewery, una muscolosa Rye Stout da 6,6% abv. Meno ruvida di quanto avrei immaginato, con la segale tenuta al guinzaglio dall’abbondante caffè d’orzo zuccherato. Il naso anticipa la presenza dell’alcol, che ritorna in bocca offrendo un tepore warming di gran lunga maggiore a quello dichiarato.

Ultimo assaggio è la Pilot di House Unfined (Malty IPA Dry hopped). Una birra fedele alla descrizione. I luppoli si sentono ma sono piuttosto gentili – mi viene da dire inglesi: erbacei, delicati, ammorbiditi dall’abbondante tappeto di malti. In bocca ci sono caramello a carriolate e leggere tostature apportate da pane dorato, nocciola, biscotto,con una punta di amaretto. Leggero balsamico nel retrogusto.

Col The Bow Bar il pub crawling cambia registro.

8 handpump, 6 keg e una discreta selezione di birre in bottiglia internazionali. Il bancone fa bella mostra anche di un ampio ventaglio di alcolici. Anche qui l’assaggio è stato doppio. Si parte dalla Cromarty Happy Chappy, 4% abv. Frutta e pane, niente più niente meno. Ma il modo in cui queste due anime si combinano è fe-no-me-na-le. L’aroma è sottile, delicato, ricco di frutta esotica in polpa. Il sorso riempie la bocca di gusto, rendendo questo assaggio di pane liquido un vero pasto da re. Tocca dunque alla Sonnet 43 Smile & Wonder, 4,6% abv. Anche lei è gustosa e beverina, carica di malto eppure dal mouthfeel sottile. Fragrante in crosta di pane fragrante, che caratterizza anche il retrogusto. La frutta è morbida, quasi marmellatosa con accento sulla buccia d’arancia.

Holyrood 9A si trova qualche metro più in là sulla stessa strada.

La selezione gastronomica non è niente di che, molto simile a un qualunque altro pub con cucina. Discreta la selezione birraria. Vengono privilegiati i birrifici scozzesi senza disdegnare i birrifici industriali/crafty. Avevo fame. Se anche tu dovessi averne quando andrai ti consiglio un The Mighty: un “semplice” doppio hamburgher da 170 grammi ciascuno.

Finisce qui la prima parte del mio pub crawling a Edimburgo. Di cose da fare, bere e mangiare ce ne sono. Se vuoi sbizzarrirti c’è l’imbarazzo della scelta. Ma preparati: non è ancora finita!

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