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Orval birra: la leggenda della trota e del birillo

Tra le birre trappiste Orval birra è la più affascinante.

Un calice a tesa larga, sostenuto da un solido gambo simile a una colonna, pieno di un liquido ambrato e sormontato da una densa schiuma pannosa, bianca come la neve: un sorso di Orval birra è pura poesia. A renderla speciale è certamente la ricetta ma, volendo fare i romantici, anche la sua storia e le sue origini. Origini che mettono radici nell’Abbazia di Notre Dame d’Orval, un paradiso terrestre affacciato sul placido e silente fiume Mosa, che sinuoso risale il Belgio.

Ci troviamo nel piccolo villaggio di Villers-devant-Orval, nella regione del Lussemburgo Belga, in una delle più belle valli boscose delle Ardenne. Correva l’anno 1070 quando i monaci Benedettini provenienti dalla Calabria trovarono rifugio in questa zona dalla guerra che attanagliava l’Italia. Il signore del feudo di cui faceva parte Orval, il Conte Arnoldo II di Chiny, li accolse e offrì loro parte dei territori di sua proprietà. In cambio avrebbero dovuto fondare la prima comunità benedettina del Belgio. Purtroppo prima che potessero adempiere alla loro promessa accadde il misfatto: il figlio di Arnoldo perse la vita all’età di soli 8 anni.

Dal dolore della perdita alla gioia del ritrovamento.

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Credits: Matthew Curtis per Pelliclemag.com

Sperando di alleviarne il dolore, il Conte Arnoldo invitò la moglie, Matilde di Canossa, Contessa di Toscana, duchessa, marchesa, vicaria e vice regina d’Italia, a visitare il monastero in costruzione. L’idea era buona ma sfortuna volle che la bella contessa perdesse il suo prezioso anello nuziale in una delle sorgenti.

Disperata, pregò di poterlo ritrovare. E pregò così intensamente che alla fine le sue preghiere vennero esaudite. Secondo la leggenda una trota emerse dalla superficie dell’acqua, facendole dono dell’anello che portava in bocca. Matilde, esterrefatta, esclamò con gioia “questa è veramente una Valle d’Oro!” (in francese “Val d’Or”, ovvero Orval). E così in un colpo solo nacquero sia il nome che il logo: la trota recante l’anello è il simbolo di Orval birra.

Dalla leggenda alla realtà: il successo di birra Orval.

Le attività economiche intraprese dalla comunità benedettina si rivelarono floride e già a metà del 13esimo secolo il monastero era prospero. Purtroppo però nel 1252 un incendio danneggiò gravemente l’abbazia. Fu in quel momento che decise di aderire all’Ordine della Stretta Osservanza, per ricevere il supporto della comunità cistercense. E così nel 1648 Orval birra diventa una birra trappista.

Da allora l’abbazia è cambiata parecchio. Nel 18esimo secolo sono stati aggiunti il museo e i giardini per la coltivazione di erbe mediche e piante officinali. Venne inoltre avviata la produzione di formaggio, altro simbolo dell’attività trappista, mentre paradossalmente per la birra bisognerà aspettare un po’.

Durante la Rivoluzione Francese infatti l’abbazia venne distrutta e successivamente chiusa. Questo fino alla conclusione della raccolta fondi necessari alla sua ricostruzione, ultimata nel periodo a cavallo tra le due Guerre Mondiali (1926). A occuparsi del disegno della nuova struttura fu l’architetto Henry Vaes, lo stesso che ha messo la firma sull’iconico bicchiere di Orval birra.bicchiere-orval-birra-trappista

Anno 1932: nasce Orval birra.

Come ogni birra trappista anche birra Orval nasce per finanziare la ricostruzione dell’abbazia. Tuttavia, a giudicare da alcuni documenti storici, la birra era parte integrante dell’attività dei monaci già dal 1932 – il che la rende la prima birra trappista del Belgio. La differenza è che a quei tempi era prodotta in barili, mentre oggi viene imbottigliata. La bottiglia di birra Orval è unica nel suo genere: l’originale silhouette a forma di birillo, agghindata dal collarino a forma romboidale, la rendono unica nel suo genere.

Una ricetta destinata a diventare importante.

Fu Padre Hans Pappenheimer, proveniente dalla Baviera, a inventare la ricetta che ha reso unica questa birra: prima fermentazione con lieviti tradizionali, rifermentazione con brettanomiceti e ultima fermentazione in bottiglia mentre la birra matura in cantina a temperatura controllata di 15 gradi. Malti Pale e caramello e luppolatura a base di Styrian Golding e Hallertauer Mittelfruh, con un bel dry-hopping finale. Il risultato è il caratteristico “goût d’Orval”, quel sapore inconfondibile che rende anche difficile classificare Orval birra in uno stile birrario specifico.

Una ricetta che deve il merito del suo successo anche a un altro paio di nomi autorevoli: il famoso scienziato belga della birra Jean Declerck – autore della birra Chimay – e padre Dominique, il quale ha scoperto i lieviti selvaggi prima della seconda guerra mondiale.

Sono proprio i lieviti selvaggi a rendere ogni bottiglia di Orval unica nel suo genere e un esemplare da collezione nelle mani dell’appassionato birrario. Questo particolare lievito, infatti, tende a risvegliarsi nel tempo, pertanto la birra si presta molto bene a lunghi invecchiamenti in cantina. Acquistare una bottiglia e dimenticarla in cantina potrebbe trasformarsi in grande sorpresa quando la si stappa a distanza di tempo.

Oggi al timone del birrificio c’è una donna, Anne-Françoise Pypaert, che nell’Ottobre 2013 ha sostituito Jean-Marie Rock. Orval birra viene prodotta in ben 22 milioni di bottiglie ogni anno, l’85% delle quali destinate al solo mercato belga. Ed è l’unica birra prodotta dal monastero. In realtà esiste una chicca non commercializzata, chiamata Petit Orval (piccola Orval, anche chiamata Orval Vert). E’ la birra riservata al consumo esclusivo dei monaci, che possono berla quotidianamente giustificati dal suo basso tenore alcolico (3.5% ABV).

Una sola birra, infiniti abbinamenti.

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Presso l’Auberge de l’Ange Gardienne, la taverna nelle vicinanze dell’Abbazia, è possibile gustare tutti i prodotti del monastero: dai formaggi, alle confetture finanche all’acqua della fonte Matilde. Oltre ovviamente a birra Orval, sia tradizionale che la Petit Orval.

Orval birra, con la sua complessità e a seconda dell’età, si abbina divinamente al cibo. La spiccata carbonazione è in grado di smorzare la sapidità di formaggi, mentre l’amaro pronunciato snellisce il grasso di carne e pesce. Considerando poi l’acidità, alcuni abbinamenti per complementarietà troveranno nella mozzarella di bufala il suo più valido alleato.

Qualcuno la chiama “la birra di Dio”, nome alquanto altisonante. Mistica forse ma non divina, è una birra che merita di essere degustata con attenzione. Il suo carattere fresco e vivace, rustico ma ricoperto d’eleganza, l’amaro nobile, la complessità aromatica e il profilo fruttato e speziato, quasi piccante, mitigato dalla rinfrescante acidità. Una birra straordinaria, complessa ma non incomprensibile, che saprà raccontarsi a chi si approccerà a lei con adorazione.

Birra Orval si presta poi a infiniti abbinamenti col cibo. Il classico è l’abbinamento con le moules-frites (ricetta belga a base di cozze e patatine fritte). La verità è che Orval birra sta bene quasi con tutto: dall’aperitivo frugale ai piatti semplici a quelli più complessi, e ovviamente da sola con sé stessa. Assieme a una Saison e una Dunkles Bock, una bottiglia di Orval è la birra che vorrei sempre per stupire i miei ospiti.

Ogni abbazia trappista ha una storia interessante ma quella dell’Abbazia di Notre Dame d’Orval è persino spettacolare. Un misto di realtà e leggenda. In mezzo c’è lei, la birra, il vero miracolo della comunità trappista.

Volete visitare l’Abbazia di Notre Dame d’Orval? Sappiate che è aperta al pubblico unicamente due giorni all’anno. Vi conviene organizzarvi con largo anticipo se non volete farvi scappare l’occasione!

Crediti copertina

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