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Luppolo italiano e l’evoluzione del Luppoleto Camuno

Il luppolo italiano cresce e il Luppoleto Camuno si trasforma in brewpub (e non solo).

Nuove frontiere del luppolo italiano: laddove c’era solo un luppoleto ora c’è un brewpub. Ma di cosa sto parlando? Faccio un veloce salto indietro. Luppoleto Camuno è il nome di un’azienda in Valcamonica, situata nel circondario di Brescia. Un luogo importante, ricco di storia millenaria, da cui discende la sacra stirpe dei Camuni, omonimo popolo da cui il luppoleto ha trovato ispirazione per il suo nome.

La mia prima conoscenza con questa realtà risale praticamente ai suoi albori, quando il luppoleto era un semplice appezzamento di terra coltivato a luppolo. Ritorno oggi sul pezzo per un aggiornamento importante: la coltivazione non solo si è allargata ma ha perfino messo radichette in un birrificio completamente nuovo. Meglio ancora in un brewpub.

Luppoleto Camuno: mezza decade di luppolo italiano.

In origine (2015) c’era un appezzamento di terra con qualche traliccio. Cinque anni dopo, su quello stesso terreno, oggi sorge un campo rigoglioso: Hops Temple, il ‘tempio dei luppoli’. E’ l’evocativo nome scelto dai quattro soci fondatori per identificare il loro luogo di culto.

Qui il verde cono cresce sano e vigoroso, in altezza e varietà: all’interno del tempio vengono professati ventitré culti diversi del luppolo. Un mix assai eterogeneo che i Camuni hanno plasmato a loro piacimento, beneficiando di una materia prima assai duttile e versatile.

La coltivazione di luppolo ha infatti un grosso limite: la scarsa resa dei primi anni. I raccolti iniziali fanno piangere e il contenuto di luppolina è scarno. Di fare birra non se ne parla proprio, sarebbe un flop clamoroso. Fortunatamente i Camuni hanno DNA vichingo e, piuttosto che attendere anni migliori, si sono reinventati fabbricanti di magnifici tonici rivitalizzanti.

Dai diamanti non nasce niente, ma dal luppolo…

Dal luppolo vien fuori di tutto: prodotti di benessere e infusi vantano proprietà depurative, conservanti e persino oniriche scientificamente provate. Ma tra tutti i mali ne esiste uno per il quale il luppolo agisce meglio di una panacea: la sete.

 

Tre anni dopo la posa del primo traliccio, nel 2018, le rese diventano consistenti e il contenuto di luppolina inizia a dare soddisfazioni. Sulla base di queste condizioni è lo stesso pubblico a chiederla: una birra prodotta con luppolo fresco, una Fresh Hop. Superata la fase sperimentale con la linea prototipo – adattamento in larga scala delle vecchie ricette casalinghe – arriva la prima collaborazione, quella con il Birrificio Inesistente. La birra a quattro mani è una Blonde Ale che debutta col botto, ricevendo il plauso della critica e il titolo di “Grande birra 2019” da Slow Food.

2020, tanti dolori ma anche qualche gioia.

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Recentemente, nel 2020, il Luppoleto Camuno si è riprodotto. Dalle sue spore è nato il Luppoleto Gianico, così chiamato in quanto ubicato a Gianico, che è al contempo un brewpub. Un luogo in cui produzione e mescita si fondono e confondono, sotto lo stesso tetto. Ma anche un luogo di cibo, di incontri e didattica, sempre e comunque ad alto tasso di luppolo.

Un brewpub insolito, se vogliamo dirla tutta, fisicamente nato solo di recente ma la cui idea risale a ben prima dello stesso luppoleto. L’obiettivo dei Camuni era di creare un luogo accogliente e familiare, dove tutti i clienti potessero condividere il piacere del bere bene, con la birra nel ruolo di lubrificante sociale. Siccome ogni birra stimola curiosità, ogni assaggio diventa occasione di confronto da una parte all’altra del bancone.

E’ la meraviglia del brewpub, un luogo dove poter semplicemente trascorrere un’oretta oppure spenderci una vita intera. E’ il consumatore a decidere se e quando vuole addentrarsi nella tana del Bianconiglio, chi si trova dall’altra parte ha l’importante ruolo di accompagnarlo in questo percorso di scoperta.

Dal brewpub alla giostra è un attimo.

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Il bancone non rappresenta una linea di demarcazione netta tra due ambienti, piuttosto agisce come punto di contatto su ambo i fronti. Publican e clienti scambiano birre e convenevoli e, tra un servizio e l’altro, si forma un legame simbiotico da cui possono trarre reciproco vantaggio.

Il desiderio di mettere in piedi un luogo magico è quindi realizzato. Ma non è finita qui, perché c’è ancora il sogno di portare il luppoleto fuori dalla provincia di Brescia, creando modello virtuoso da seguire ed esportare. Quanto tempo sarà necessario per dare forma al sogno? Lo scopriremo nei prossimi anni. A me non resta che fare loro un grande in bocca al lupo!

Prossimamente su queste pagine l’assaggio delle prime birre firmate Luppoleto Camuno. Nel frattempo quanti di voi hanno già avuto modo di assaggiarle? E che prospettive immaginate per il luppolo italiano?

Foto: cortesia Luppoleto Camuno

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