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Luppolo in polvere: il pellet di nuova generazione

L’affascinante derivato della tecnologia birraria: il luppolo in polvere promette grandi cose.

Tutti matti per il luppolo, anche il luppolo in polvere. Dopo l’era della corsa alla birra più amara e l’arrivo di quella dell’amarezza più elegante, i birrai continuano a fare botte per accaparrarsi le ultime raccolte di luppolo. Nel periodo di raccolta c’è il luppolo in fiore, da cui si producono le cosiddette Wet Hop/Fresh Harvest, mentre quello in polvere è disponibile tutto l’anno.

Ancora una volta gli Stati Uniti fanno da direttore d’orchestra per le birre straluppolate. In origine erano le agrumate West Coast IPA, poi sono arrivate le succose New England IPA, infine le secche e carbonate Brut IPA. E’ stato un duro botta e risposta che è rimbalzato da una costa all’altra del continente, sempre e comunque con il luppolo a fare da leitmotiv. L’ultima trovata è appunto quella del luppolo in polvere. Di cosa si tratta?

Un solo obiettivo: massimizzare il potere amaricante.

Credits: fermentobirra.com

A sviluppare il luppolo in polvere sono stati gli scienziati della YCH (Yakima Chief Hops), istituto di ricerca che l’ha sviluppato e contestualmente ne ha chiesto anche il brevetto sotto nome Cryo Hops. Il luppolo in polvere è luppolina concentrata ottenuta tramite separazione criogenica, a bassissima temperatura tramite nitrogeno liquido e in atmosfera azotata, al fine di evitare l’ossidazione degli oli aromatici.

In sostanza si produce tramite congelamento e successiva frantumazione delle componenti del luppolo, che consente la separazione delle ghiandole di luppolina dal resto. La luppolina in polvere finisce pressata in pellet e prende il nome di LupuLN2, capace di produrre un amaro “morbido”, sulla falsariga di quanto accade coi cosiddetti luppoli nobili. I resti vengono privati delle note amare più taglienti e danno vita al Debittered Leaf.

Luppolo in polvere: conviene o non conviene?

Il luppolo in polvere ha almeno un paio di vantaggi. Innanzitutto contiene meno polifenoli, responsabili dell’astringenza e delle fastidiose note vegetali, a favore di una maggiore espressività di quelle resinose e succose. Inoltre a parità di peso il luppolo in polvere contiene il doppio delle resine, cosa che ridurrebbe le quantità necessarie. Non si tratta di un vantaggio economico – è vero che se ne impiega di meno ma costa di più – quanto piuttosto di resa finale: minori quantità di luppolo determinano minore assorbimento di liquidi e quindi minor spreco di birra.

Ovviamente non è tutto oro quel che luccica.

Il luppolo in polvere non è però la soluzione definitiva. Innanzitutto occorre osservare alcuni accorgimenti. Per poter massimizzare il suo potere si consiglia di impiegarlo nelle ultime fasi della bollitura o direttamente in dry hopping, di conseguenza non sostituisce il tradizionale luppolo in pellet in bollitura. Inoltre è questione di stile birrario. Solo alcuni si prestano bene e certamente le New England IPA sono tra questi. Ma la logica domanda è: cosa accadrebbe a quelle birre, sì straluppolate ma prodotte con luppoli convenzionali (IPA, Red/Amber Ale, Australia Sparkling Ale, Golden Ale)? Il dibattito rimane aperto, nel frattempo le teste di luppolo hanno un motivo in più per gioire.

Scoperta rivoluzionaria o fumo negli occhi? C’è più di una ragione per impiegare luppolo in polvere ma il futuro di questo derivato è ancora tutto da decidere.

Conoscevi l’esistenza di questo particolare luppolo? Hai assaggiato birre prodotte così?

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