le triangle restaurant microbrasserie

Le Triangle: tre anime, un solo locale

Le Triangle è il nome di una microbrasserie dove la birra artigianale si abbina a una ristorazione di qualità.

La prima tappa birraria del mio tour nella città degli innamorati è stata la Brasserie Le Triangle (13 rue Jacques Louvel Tessier). Ci troviamo nel 18esimo arrondissement (divisione municipale) di Parigi. E’ un piccolo locale situato fronte strada, dotato di ampia vetrina che rende possibile sbirciare all’interno. All’esterno si viene accolti dall’insegna a forma di triangolo, una via di mezzo tra la simbologia alchemica e quella esoterica. L’interno è molto grazioso. Domina il colore bianco, sia in forma di mattonelle che di vernice, mentre le luci contribuiscono a rendere l’ambiente caldo. La prima area, antistante al bancone, è riservata agli assaggi birrari, mentre quella più interna alla ristorazione. Questa divisione perdura sino alle ore 20:00, dopodiché si può cenare nell’intero locale.

La birra artigianale è presente su due piani: sotto la produzione, sopra la mescita.

Il bancone è munito di 8 vie, tutte alla spina. Ve ne sono 6 di proprietà (direttamente collegate alla cella di raffreddamento posta nel sottoscala) e 2 guest (Hallertau Cascade, Pale Ale 4.8% prodotta dai francesi di Deck & Donohue) e Calypso (Berliner Weisse prodotti dai londinesi della Siren Craft Brewery).

Prima di diventare un triangolo era una pizzeria.

A rendere Le Triangle quello che è oggi fu il famoso triangolo di Renato Zero. Laurent, Jocelyn e Maily sono rispettivamente fratello e sorella e moglie e marito. Tutto parte da Jocelyn. Lui, birraio ex Brasserie Dunham, è originario del Quebec, il Canada di parte francese. A lui la birra non solo piace farla: vuole abbinarci il cibo. Destino volle che per vie traverse incontrasse Laurent, ambizioso ed esperto chef, che sognava di offrire alla sua Parigi qualcosa in più del solito abbinamento tra cibo e vino francese. Lui ancora non lo sapeva ma la risposta sarebbe stata la birra artigianale, dilagante anche a Parigi. E l’ultimo punto del triangolo? E’ Maily, sorella di Laurent e successivamente moglie di Jocelyn. Et voilà, Le Triangle è chiuso.

Non solo birra: c’è anche enogastronomia di alto livello.

Il punto forte del Le Triangle è sicuramente il cibo. Il menù viene strutturato su base stagionale e cambia frequentemente, seguendo l’estro creativo del birraio. Non solo. Considerando la presenza di un birrificio nel sottoscala, il menù viene strutturato affinché ambedue le componenti (cibo e birra) possano essere reciprocamente valorizzate. I prezzi sono alti se paragonati con quelli medi italiani ma sicuramente in linea con l’alto costo della ristorazione francese. Con poco meno di 40 euro potrete gustare un menù completo (antipasto, portata principale e dolce). Tuttavia, sebbene l’offerta culinaria e quella brassicola siano tra loro complementari, sono ancora pochi gli esperimenti di meticciamento: la cucina con la birra è (quasi) tabù.

Il birrificio si trova in un ambiente molto romantico: il sottoscala.

Il laboratorio di produzione si trova al piano di sotto. L’impianto è piccolo ma performante: 50 lt per cotta, con fermentatori da 200 hl ciascuno. Il che significa non più di un paio di cotte a settimana. Ma quando la produzione è ferma il birraio non rimane con le mani in mano, anzi. Si dedica alle analisi di laboratorio, alla coltura dei propri batteri lattici (lattobacilli) e dei propri ceppi di lievito. Inoltre non mancano le birre stagionali. Il giorno seguente a quello della mia visita sarebbe stata brassata Nelson, Berliner Weisse maturata in botti ex Nelson Sauvignon, destinata al consumo durante la Paris Beer Week.

Le birre le ho prese di punta e le ho assaggiate tutte.

Petit Blonde (3.8% abv) ha naso fruttato (ananas) e maltato assieme. In bocca mostra un tappeto di malto fragrante, sul quale sfila con disinvoltura un succo di frutta all’arancia. La sorsata è snella e viene via con slancio. Chiude secca e piacevolmente amara, leggermente aspra (agrumi) e persino un po’ astringente (tè). La seconda è Alt + J (5.5% abv), un’inusuale Altbier di scuola tedesca (Düsseldorf). Alle spalle, tuttavia, non c’è nessuna influenza tedesca, quanto piuttosto la voglia di uscire dal circolo vizioso delle birre acide che tanto fanno moda nella scena parigina. Senza contare che c’è sempre bisogno di una birra dolce per abbinamenti birra-cibo vincenti. Per me è stata la migliore. Come da copione sono i malti a farla da padrona, sia al naso che in bocca. Si presentano sotto forma di zucchero e goloso caramello. Ma soprattutto in versione croccante: cracker e biscotto). Amaretto nel retrolfatto.

Si prosegue a oltranza.

La terza è Porter (5% abv). Una scura molto morbida e avvolgente. Il naso è tostato appena, piuttosto caramellato, con presenza di frutti rossi e una delicata affumicatura a margine. In bocca arrivano prima di tutto le bollicine. Anche qui si conferma la tendenza dolce e il corpo morbido e rotondo dato dai malti. Confermata anche l’affumicatura (torba) mentre in chiusura c’è una variante speziata (pepe). Intenso retrogusto amaro dove finalmente si sentono le tostature e retrolfatto di cioccolato fondente ubriaco. Tocca quindi a Simone (APA, 5.5% abv), birra brassata in collaborazione con gli amici parigini della Deck & Donohue. Il naso è giustamente agrumato, fedele alla luppolatura da West Coast statunitense, con tendenze tropicali (pompelmo, ananas, mango). In bocca è aspra e vivace, intensa di pompelmo al punto di “mordere”. Per fortuna a lenire l’asprezza ci pensa il consistente tappeto maltato,  croccante di biscotto. Ma sarà il pompelmo a dire l’ultima, tornando su nel retrolfatto.

Altro giro, altra corsa.

Si continua con la IPA chiamata Soleil Vert (6.5% abv). Profumatissima. Forse troppo, visto che sembra un profumo per ambienti. In bocca ha tendenza dolce, pingue di frutta esotica (mango) ma soprattutto di pesca, frutto dominante. Un leggero floreale emerge nel retrolfatto. Si chiude in bellezza con la seconda migliore birra. E’ India Dark Ale (7% abv), una Black IPA che inizia a diventare importante sotto il profilo alcolemico ma che non lo dà per nulla a vedere. Il naso è ricco: tostato, torrefatto e luppolato assieme. Da una parte resina, dall’altra caffè espresso. In bocca è gustosa, bilanciata. A prevalere sono le tostature (caffè) ma non mancano le carezze dolci dei malti scuri (brownie, biscotto gelato al cacao, cioccolatino). Retrolfatto di whisky e frutti rossi, retrogusto amaro leggermente resinoso.

Bene, è giunto il momento di tirare le somme.

Tutte le birre a marchio Le Triangle sono eseguite in maniera esemplare. L’approccio sembra imparziale, forse con una leggera preferenza dei malti rispetto ai luppoli. Ma tra i due litiganti il terzo gode: è la secchezza, vero punto di forza di questa piccola brasserie. Che si traduce con bevute a oltranza. Inoltre il profilo relativamente neutro e l’elevata pulizia consentono alle birre di sposarsi alla grande con l’offerta gastronomica, dando vita a matrimoni birrogastronomici indimenticabili.

In un modesto sottoscala si nasconde un fervido laboratorio, dal quale prendono vita creature brassicole molto sfiziose. Poi, al piano di sopra, queste birre vengono elevate al livello della ristorazione. Niente da dire: Le Triange mi ha positivamente sorpreso.

Conoscevi Le Triangle? Hai assaggiato le sue birre?

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