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La Notte delle Botti: il mio resoconto

La Notte delle Botti è l’appuntamento per gli amanti delle birre artigianali maturate in botte.

Quello appena trascorso è stato un altro weekend dedicato alla birra artigianale: a Torino si è svolta La Notte delle Botti. Evento giunto alla settima edizione, nato per apprezzare una declinazione molto particolare della birra artigianale, in Italia e all’estero: quella delle birre maturate in botte.

Doveroso iniziare l’articolo menzionando il grande assente di questa edizione, nonché padre della manifestazione: Renzo Losi, ex birraio di Panil e Black Barrels. Per me è stata la prima edizione, pertanto non so dire quanto abbia inciso la sua assenza. In ogni caso l’Italia birraria se l’è cavata egregiamente. Ma andiamo per ordine.

La Notte delle Botti: la location.

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L’evento si è svolto all’interno dei Docks Dora, le vecchie dogane di Torino che dopo alti e bassi sono diventate un distretto creativo, cuore pulsante delle manifestazioni torinesi. Uno spazio chiuso e coperto che potrebbe ricordare una galleria, lungo il cui perimetro si distribuiscono negozi d’arte, ristoranti, studi di musicisti e artisti, persino una palestra.

Proprio al primo piano di uno dei tanti spazi si è svolto il festival, in due sale. Una dedicata al concerto live, che ha allietato i visitatori in orario serale. L’altra, un piccolo quadrato affacciato sui Docks, ha visto la partecipazione di 5 birrifici e 3 stand gastronomici.

La Notte delle Botti: i birrifici.

Tra i birrifici partecipanti c’è stata una maggioranza belga. Del resto l’organizzazione è in capo al Tripel B, uno dei locali dei Docks Dora, fondato da tre coppie italo-belghe. I birrifici partecipanti sono stati Alvinne, De Dochter Van De Korenaar, Lambiek Fabriek, Belgoo e Hof Ten Dormaal per la fazione belga, mentre l’unico rappresentante italiano è stato Draco’s Cave.

La Notte delle botti: il cibo.

L’offerta gastronomica è stata curata da Amen, ristorante situato al piano terra dei Docks Dora, dall’azienda agricola Amorland e da Hot Diggity Dog con gli hot dog americani. Di Amorland ho potuto assaggiare un formaggio erborinato, che ben ha sposato due birre molto diverse come un Lambic e un Barley Wine, e un Boudin, salame con patate e barbabietola.

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La mia scelta è però ricaduta su un paninello farcito con acciughe al verde (prezzemolo e aglio), uno degli antipasti più diffusi di Torino, e peperoni verdi. Il panino di per sé niente di speciale, la farcitura clamorosamente buona. Sapida, intensa, ricca di contrasti. Una bomba!

L’aggiunta di burro ha dato quella cremosità e dolcezza che hanno portato il panino al livello successivo, accentuandone le spigolature. L’assaggio ha richiesto diverse birre dissetanti ed è stato digerito l’indomani, ma mi ritengo fortunato ad avere scoperto questa meravigliosa combo.

La Notte delle Botti: le birre.

L’evento, una nicchia nella nicchia, ha visto la partecipazione ridotta di un numero di birrifici numerabili letteralmente sulle dita di una mano. Ma che birre! Le ho assaggiate praticamente tutte ma evito di descriverle una a una, provando invece a mettere in ordine le sensazioni per ciascun birrificio.

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Alvinne è un nome hype dell’attuale scena birraria belga. Me ne sono accorto durante la mia ultima visita in Belgio. Per me è stata una scoperta. E’ stato presente alla manifestazione con una Flemish Red Ale (Cuvéè Anna), invecchiata in botte di vino rosso di Chateau l’Ermitage fermentata con lievito selvaggio Morpheus; due massicce birre da 12.8 e 12.2 gradi alcolici, rispettivamente una Flanders Red e un Barley Wine maturati in botti di Porto bianco e Moscatel; la Foeder 12 (Sour Amber maturata per 6 mesi in botti precedentemente contenenti vino rosso; infine la Extra Moenrye (Tripel) che fa della segale il suo ingrediente caratterizzante.

Ampia varietà di assaggi. Che fossero birre sour oppure barricate, non ho visto neanche l’ombra di uno spigolo: tutte le birre si sono contraddistinte per la loro gradevole morbidezza. Sotto le mie aspettative la Tripel: poco profonda, con fenoli ed esteri centellinati e un alcolico decisamente poco nascosto. La mia preferita? La Moscatel. Morbida e calda, suggestiva, con un alcol presente lungo tutto il sorso ma mai graffiante. E soprattutto la nota di succo di pera che spezza il monopolio di frutta rossa e frutta secca tipiche dello stile (Barley Wine).

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Alquanto impegnative le birre del birrificio De Dochter, quasi tutte sopra i 10 gradi. Fa eccezione la Vienna Lager (Claire), che sebbene ancora distante dalla fragranza che contraddistingue la birra tedesca ha saputo valorizzare il carattere maltato senza sfociare nelle note di caramello o biscotto.

Più ardite la Ensemble de Montalcino, un Barley Wine maturato per 8 mesi in botti di vino Montalcino della cantina Castelnuovo Tancredi. Per non parlare della poderosa Rien Ne Va Plus, altro Barley Wine stavolta maturato per ben 4 anni in botti ex Porto, fino al raggiungimento di ben 19 gradi alcolici. Una birra che si è lasciata alle spalle il suo passato, diventando molto più simile al precedente contenuto delle botti. Massima morbidezza, un filo ossidativo rinvenibile nelle intense note maltate (caramello scuro, toffee, melassa), nessun sentore salmastro di salsa Worchester o di soia.

La selezione includeva poi una English IPA (Renaissance Gold). Corpo leggermente biscottato tipico del malto Maris Otter, carattere erbaceo, speziato e leggermente fruttato apportato dai luppoli EKG. E tutto il carattere brioso dato dall’affinamento di un anno e mezzo in botti ex vino bianco Puligny-Montrachet della Borgogna che apporta note di uve bianche, uvaspina, foglie di ribes e succo di pomodoro.

Infine una Blond Ale, Noblesse Vsop, coccolata per 8 mesi dalle doghe ex Gin Filliers. Un peso piuma rispetto alle altre referenze (5.5% ABV) ma nulla da invidiare: base di malti chiari leggermente tostati e un filo di zucchero candito, prosieguo fruttato che include la frutta a pasta arancio ma anche quella secca, nella fattispecie mandorle e nocciole. Il Gin rimane nascosto, rinvenibile meglio al gusto, leggermente alcolico e piacevolmente speziato.

La mia preferita? Bravour Oak & Smoke, Rauchbier capace di unire il mondo del legno (vinoso, non acetico) e quello del fumo (provola) senza mai sconfinare nell’astringenza. Non è una birra agrodolce, ma nel finale leggermente acidulo di frutti rossi e nella sfumatura di cuoio ho visto il corrispondente a bassa fermentazione di una Oud Bruin.

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Altro birrificio, altra novità: Hof Ten Dormaal. Si tratta di un birrificio agricolo fondato da due fratelli, uno agricoltore e l’altro birraio. Impossibile non assaggiare allora la loro birra Saison, prodotta con ingredienti 100% della fattoria (malto d’orzo, farro, avena e frumento, luppoli Magnum e Saaz e lievito coltivato internamente). Niente male. Ancora fiacca la parte maltata, pregevole invece il connotato terroso/rustico che contraddistingue i luppoli del Belgio.

Durante la manifestazione la Barbera è quella che è andata per la maggiore: Belgian sour con 20% di mosto Barbera di Asti. Durante l’assaggio ho rinvenuto un’inusuale presenza di radice di zenzero, dal carattere rinfrescante e leggermente piccante. Tra le birre presenti ci sono state anche quelle affinate in botti di Whisky e Gin, quest’ultima praticamente una Blanche maturata in botte. Tra le birre del birrificio mi incuriosisce la Belgian Strong Ale chiamata WitGoud, prodotta con Cicoria (Invidia belga).

La mia preferita rimane Zee Bees, una Sour Blond prodotta con una varietà di bacca rossa, che assieme al colore rossastro ha portato con sé l’intero sottobosco. Dalla gelatina di more alle fragoline di bosco finanche al connotato di funghi prataioli, assieme ovviamente al classico erbaceo e terroso. Base di frutti rossi anche per il gusto, stavolta in polpa anziché in gelatina, rinfrescante, acidulo e “selvaggio”, espressione autentica di Madre natura. E nel retrolfatto anche una eco di fumo. Insomma, complessa è dire poco, ma davvero ben fatta.

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Presenti in coppia i birrifici Lambiek Fabriek e Belgoo. Concluso velocemente la disamina del secondo, limitandomi all’assaggio dell’unica birra presente: Bloemekei una Belgian IPA con luppoli spompatissimi, ombra dei bei tempi. 

Lambiek Fabriek è un birrificio nato nel 2017 che sta rapidamente conquistando fama, anche in Italia, con le sue birre a fermentazione spontanea. Lambic e Gueuze, presente al festival in due annate, 2018 e 2019, sono andate alla grande.

Fontan-Elle è il nome del Lambic. Dal sito della manifestazione risulta essere un blend di due annate, tuttavia mi è stato presentato come un Lambic di un anno. Funky? Sì ma non troppo, in linea con la morbidezza del festival. Lattico (yogurt, caprino) e acetico (malto, sidro), insieme appassionatamente, con un rivolo di sudore/calzino sudato e una base di fieno. L’anno sulle spalle si fa sentire e il carattere prima acerbo ha già iniziato a evolvere verso il mielato e fruttato (pompelmo). Concludo con l’assaggio comparato tra Brett-Elle 2018 e 2019. Fruttata e vagamente dolce la prima, praticamente priva di acidità lattica, al contrario della seconda che mi è parsa ancora acerba ma già affascinante.

Dulcis in fundo l’unica bandiera italiana, Draco’s Cave. Gli assaggi si sono rivelati uno meglio dell’altro e mi sento in dovere di scrivere loro un articolo dedicato.

La Notte delle Botti è stata una piacevole occasione per assaggiare le infinite sfumature di legno. Un festival che manderebbe gli americani in brodo di giuggiole. Non per campanilismo ma per indubbia qualità delle produzioni nostrane, spero di vedere, nelle prossime edizioni, una maggiore partecipazione italiana.

C’eravate anche voi? Conoscete qualcuna delle birre presenti alla manifestazione?

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