importanza di chiamarsi luppolo

L’importanza di chiamarsi Luppolo

L’importanza di chiamarsi Luppolo, commedia in un atto. Interpretano Angelo Poretti (il genio) e Luppolo Station (lo sfigato di turno). Regia di Carlsberg.

E’ successo il putiferio. Questo perché quando la pretesa rasenta il ridicolo è inevitabile il moto popolare. Ormai siamo tutti iperconnessi e il passaparola impiega pochissimo a fare il giro del mondo. Millantatori e sedicenti esperti, siete avvisati.

La “commedia” di oggi è recitata da Luppolo Station e Angelo Poretti.

Il primo è un risto-pub romano improntato su cucina e birre artigianali. Il secondo è un birrificio famoso in tutto il mondo per l’uso “singolare” del luppolo. Angelo Poretti ti è poco familiare? Sappi che si tratta di un marchio di proprietà della celebre multinazionale danese Carlsberg. Due nomi, due sicurezze. Da sempre in prima linea per la produzione e commercializzazione di “birra di qualità”. Sarcasmo a parte, insomma.

In poche parole è successo questo: Angelo Poretti diffida Luppolo Station.

La ragione? “L’utilizzo del marchio potrebbe indurre l’utenza a ritenere erroneamente che i servizi di ristorazione recanti il marchio il LUPPOLO provengano da Carlsberg Italia Spa”.

La questione è semplicemente ri-di-co-la. Prima di tutto nelle intenzioni: minacciare – perché di minaccia si tratta – un piccolo locale, quando non vi è chiaramente alcun collegamento tra i due brand. Ma bisogna andare oltre la passione per la birra artigianale e la simpatia per gli attori che la celebrano. L’altro aspetto assurdo è normativo: dichiarare l’esclusiva sull’utilizzo di una parola di uso comune (luppolo) non è ammesso da legge. Ancor meno nel caso della birra. Il luppolo, infatti, è un vezzeggiativo ma anche uno dei suoi ingredienti fondamentali. Del resto birra, per la legge italiana, significa “bevanda di acqua, malto d’orzo, luppolo, lievito”. Carlsberg vuole forse diffidare anche lo Stato?

Un autogol clamoroso.

Durante la recita sono venuti fuori tanti scheletri che un armadio non basta. Carlsberg si è messa a giocare allo scarica-barile: salta fuori che la responsabilità è solo ed esclusivamente del suo ufficio legale (Jacobacci & Partner), il quale avrebbe inviato la diffida esclusivamente di propria iniziativa. Così Carlsberg ne esce purificata più di un fedele a Roma durante il Giubileo.

Le mie opinioni le riassumo in tre punti.

Primo. Le angherie delle multinazionali dimostrano che c’è della paura verso l’artigianale. Latente, sottile, snervante paura. Ma questo  non deve fare sorridere. Perché è quando non si ha niente da perdere che le menti diaboliche si abbandonano alla follia. Per esempio promuovendo azioni legali stile supercazzola. Tanto i soldi non gli mancano. E nella peggiore delle ipotesi vince chi ha torto.

Secondo. Jacobacci & Partners è l’esecutore del misfatto. Ma non è meno pericoloso del mandante. Perché se è vero quanto sostiene Cronache di Birra, si tratta dello stesso studio legale che si è proposto per la tutela di molti marchi di birra artigianale italiana. Sul mercato della birra artigianale italiana stanno accadendo cose poco piacevoli.

Terzo. Che cosa intendono fare le associazioni di categoria? Mi riferisco ad Assobirra e Unionbirrai (non so se ne esistono altre). C’è bisogno di intervenire. Ora!

Assistere alla commedia è stato divertente. Non per Luppolo Station, probabilmente. Tu come reagiresti nel ricevere la diffida da parte di una grossa multinazionale? Fa paura. Tanta. Questa volta l’epilogo è stato un lieto fine. Ma è solo un palliativo. La commedia che non fa ridere nessuno tornerà presto nelle migliori birrerie. O peggiori, dipende dai gusti.

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