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Iacopo Lenci (Apo): Birrificio Brùton

Oggi è Iacopo Lenci (detto Apo) del Birrificio Brùton a concedermi un’intervista. Uno dei volti di spicco della birra artigianale italiana. Che tipo!opo “Apo” Lenci del Birrificio Bruton.

Dì la verità: ieri ti ho lasciato di sasso chiudendo l’articolo sul più bello. C’è un mondo da scoprire dietro la birra artigianale, che si agita anche più tumultuosamente dei lieviti in fermentazione. Passione è il termine più usato – e forse abusato – per descrivere chi opera lato produzione. Ma non basta: ci vuole qualità! Meglio, bisogna rendere la qualità una costante, perché al consumatore consapevole non piace giocare con la roulette russa. La quadratura del cerchio è data dalla comunicazione, utile sia per far conoscere il proprio prodotto che per giocare coi clienti che hanno già avuto la fortuna di apprezzarne la bontà.

Perché questo sentito preambolo? Semplice: oggi ti racconto di un birrificio che senza passione non sarebbe nato, che di qualità ne ha da vendere, e anche in quanto a comunicazione ci sa fare. Mi riferisco al Birrificio Bruton di Cassiano di Moriano, Lucca. Bando alle ciance! C’è un ospite che attende in poltrona, e io non vedo l’ora di presentartelo. E’ Iacopo Lenci.

Come chi è? Iacopo Lenci. Apo!

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E’ vero: ormai tutti ti chiamano così. E’ un piacere averti ospite su queste pagine. Lo ammetto: ho provato alcune birre – ottime – ma è tutto merito del tuo personale stile se ti ho “puntato”. Magari non lo sai ma il tuo è un ottimo esempio di personal branding. Domanda per sciogliere il ghiaccio: cosa ne pensi di comunicazione e marketing applicati al settore birrario?

Penso che di strada da fare ne abbiamo tanta davanti… Quando ho iniziato, otto anni fa, non poteva esserci una buona birra in una bottiglia o dietro un’etichetta “bella”… Ed in effetti i belgi ci hanno abituato così, con il loro gusto estetico direi peculiare, e le loro birre stupende. Poi vennero gli Stati Uniti, e le cose sono radicalmente mutate. A noi ci dà sapientemente una mano la cara amica, e ormai organica nella squadra, Margherita Mattei: la birra ci viene bene, ma siamo bestie da soma e abbiamo bisogno di una professionalità e una sensibilità diversa per quanto riguarda il comunicare all’esterno quel che facciamo dentro, proprio perché è diventato un campo di intervento ormai ineludibile.

Già da anni le industrie scimmiottano le artigianali proponendo birre “speciali” o prodotti come Shock Top, una becera birra di massa vestita da artigianale. Lo loro forza di fuoco è potente, e venti anni di seconda repubblica ci hanno insegnato che una stronzata ripetuta milioni di volte diventa verità incontrovertibile, quindi la nostra comunicazione, il nostro approccio al marketing, deve essere personale, riconoscibile, e deve fare cultura per far crescere il livello di consapevolezza in quella bestia stupida che è il mercato.

Partiamo dalle origini. In principio fu la Fattoria di Magliano, azienda vitivinicola fondata da tuo padre. Oggi c’è il Birrificio Bruton, capitanato da te. Due cose: com’è stato possibile che una terra votata al fermentato d’uva abbia dato i natali a degli amanti della birra artigianale? l’impronta birraria è stata influenzata dal cambio generazionale?

Beh, personalmente sono sempre stato il ramo deviato della famiglia. Succede, infatti visto il primogenito hanno continuato a provare con altri due figlioli…

Il vino è stato per anni mamma e chioccia, ci ha fatto crescere e fare esperienza, ha allenato il mio palato e ha lasciato i suoi segni. Poi però è stato per molti anni anche come Saturno che si mangiava i propri figli, ci ha impedito di sviluppare passione ed esperienza schiacciando tutto sotto il suo peso e la sua forza: l‘abbiamo chiamato Birrificio Bruton come nell’antica Creta proprio per legarla a una storia e una tradizione, per darle dignità. Per i bevitori di vino integralisti è ancora considerata una bevanda barbara, alla stregua della Fanta!

Per quanto riguarda la “mano”, (relativamente) giovane come il movimento italiano, è stata appunto molto influenzata anche dalla mia frequentazione col vino.

Le birre, dicevamo. Spet-ta-co-la-ri! Un concentrato di bontà in formato 33 cl. Non ho provato l’intera gamma, ma le bottiglie che mi sono passate tra le mani sono state vuotate fino all’ultima goccia. Ecco, beverinità. Birre gradevolissime, di quelle che non basterebbe una cisterna, sintesi magistrale di centellinati ma precisi descrittori. Azzardo un paragone con un’altra eccellente realtà d’impostazione belga: Extraomnes. Ma non è solo Belgio. Nelle bottiglie Bruton ho trovato precisione e pulizia tedesche, e un pizzico di brio tutto italiano. C’ho azzeccato?

Innanzitutto ti ringrazio per il paragone, personalmente uno dei miei birrifici preferiti di sempre (giusto poco tempo fa dividevo il banco di spillatura con Schigi, che mi ha fatto molto male con la Imperial Zest!). Chiamo in causa Andrea Riccio, mio sodale ormai da anni, responsabile della traduzione in atto delle birre in potenza… Io nasco con birre inglesi e belghe, lui faceva bassa fermentazione in casa. Io sono vagamente punk, lui è un ingegnere. Io sono di Lucca, lui è pisano… Insomma non abbiamo un tratto in comune! E questo è estremamente importante quando andiamo a lavorare sulle birre… Praticamente in due facciamo una bella persona.

Per quanto riguarda la filosofia produttiva però siamo assolutamente d’accordo. Credo che il mondo birraio italiano stia cercando la sua strada, e che subiamo un po’ del predominio culturale statunitense: stiamo estremizzando, mentre basta pensare alla cucina italiana fatta di equilibrio, di ingredienti buoni e riconoscibili nel piatto, di eleganza… Essere ricordati perché vi ho deliziato, non perché la mattina dopo avete ancora l’occhio nero dal cazzotto che vi ho rifilato la sera!

Produciamo e vendiamo felicità in bottiglia in gusti e formati diversi. Può causare ilarità.

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Un uccellino mi ha detto che la tua passione primordiale è stata il cinema. Ti confesso una cosa: amo i telefilm! E ho scoperto – l’uccellino era piuttosto loquace – che la tua prima birra in casa l’hai prodotta a 16 anni. Di’ la verità: c’è mai stato un punto di contatto tra le due passioni? hai qualche aneddoto da raccontarci sul tuo passato da birraio casalingo?

Ebbene sì, il cinema come passione è nata (poco) prima delle birre. Ho studiato al DAMS a Bologna, con poco profitto in effetti ma grande amore, che ancora non mi abbandona! E direi che c’è un punto di contatto fra i due mondi: in entrambi i casi, sia il regista sia il birraio, sono persone fortunate che fanno di una passione un lavoro. Ma appunto un lavoro: nessuno dei due fa arte pura, bisogna sempre tenere in considerazione che la tua opera, se non è vista e non è comprata, sarà la tua ultima. È un equilibrio fra ciò che vorresti e ciò che il mercato chiede – e bada bene, equilibrio: se dai soltanto retta al mercato, fai Heineken.

La birra per me acquista tutta un’altra dimensione quando da ragazzino trovai senza ragione uno scaffale pieno di Orval al supermercato. Eravamo quattro amici che dissero “ma la birra è anche così?!?”. Un anno dopo facevamo i primi esperimenti, avevamo in effetti 16 anni, e con alterne fortune e alterna assiduità ci sono ancora dentro!

Adesso l’approccio è decisamente diverso, ero il classico birraio casinaro che faceva una birra e solo dopo dichiarava lo stile… Ma questo vagare ramingo e senza stelle polari fra gli stili mi ha fatto capire tante cose, principalmente quelle da non fare. E non si smette mai di arricchirsi, tutti i colleghi, amici e bevitori che ci sono passati vicini, a me e a Brùton, ci hanno lasciato qualcosa. Non è piaggeria, è necessità di tenere la mente aperta e di non darsi mai ragione!

Non sapevo che le vostre birre fossero tutte monoluppolo. Molto interessante. E’ sbagliato quindi chiamarle single hop beer, sulla falsariga di Mikkeller? come mai questa “impostazione”?

Qui l’uccellino ha svaccato. Anzi, non sono un sostenitore delle single hop, se non come mero studio sul comportamento dei luppoli… Noi lavoriamo principalmente con luppoli continentali, la nostra Brùton di Brùton è caratterizzata da note erbacee da luppoli nobili tedeschi, Saaz, Styrian Golding, ma usiamo anche luppoli inglesi e americani. Per vocazione non sono un amante dei luppoli “fighetti”, non ci buttiamo a pesce su ogni singolo nuovo luppolo “con la R” (marchi registrati) che il mercato tira fuori. Non amo i neozelandesi, mi piace molto mischiare culture diverse e luppoli diversi.

Nella storia dell’isola di Creta Brùton era il nome della birra.

Una domanda mi solletica. Il logo (un toro) è palesemente ispirato alla mitologia greca da cui lo stesso nome Bruton. Ma la mascotte con basco e maglione peloso?

Quello è Mauro! Viene dalla penna di Mauro Lovi, artista e amico, responsabile anche delle nostre etichette. Ci segue passo passo ormai, col bicchiere sempre pieno…

Domanda jolly: qual è il tuo luppolo preferito, e perché?

Domanda troppo difficile. Sono un incostante, nulla è per sempre! Per motivi molto diversi amo luppoli molto diversi: Simcoe fra gli americani, per la potenza e la nota secca e quasi erbacea, il EKG inglese per i ricordi che mi porta, Tettnanger e Styrian per la finezza e la pulizia…

Domanda bonus: ti abbiamo sempre visto con barba e basette. Ti vedremo mai glabro?

La vedo dura… Il lievito concima e fortifica!

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