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Filiera agricola e birra artigianale: prospettive o utopia?

Quali sono le potenzialità di una filiera agricola legata alla birra artigianale? Se ne è parlato al Calabria Beer Day.

Si chiama filiera brassicola, di fatto è la filiera agricola legata alla birra artigianale. Se ne è parlato durante il Calabria Beer Day. Di cosa si tratta? Di una giornata di incontro per gli addetti al settore con lo scopo di fotografare lo stato dell’arte della filiera agricola legata alla birra artigianale in Calabria. E soprattutto valutarne le sue prospettive di sviluppo.

Si è parlato di due cose: luppolo e cereali. Ma non solo.

L’evento si è svolto presso l’Agriturismo Calabrialcubo di Nocera Terinese (CZ). Il nocciolo della questione è stato soppesare le potenzialità imprenditoriali legate alla coltivazione di luppolo e cereali da birra. Per farlo sono stati presentati i frutti delle ricerche condotte dal Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA).

Il CREA è l’ente governativo che ha collaborato all’organizzazione dell’evento è che è attualmente attivo su più progetti agricoli. Quello più recente è Luppolo.it, progetto mirato a potenziare la filiera brassicola nazionale attraverso la ricerca e lo sviluppo di nuove varietà italiane di luppolo. Anche sul fronte cerearicolo pare vi siano nuove varietà con rese produttive molto interessanti. Il fine ultimo di questi lavori di ricerca e sperimentazione è creare una “birra 100% italiana”. Un po’ come fece al suo tempo Teo Musso del Birrificio Baladin con la birra chiamata Nazionale, la prima birra prodotta con materie prime nazionali.

 

I numeri parlano chiaro: le potenzialità ci sono e sono succulente.

Dalla discussione è emerso che su ambedue i fronti – sia luppoli che cereali – le prospettive sono più che allettanti. In particolare i dati parlano di un sensibile divario tra la domanda italiana e importazioni. Un divario che fa presupporre la possibilità di realizzare investimenti fruttiferi. Il discorso vale sul piano italiano e sembra essere ancora più allettante nel Meridione, dove attualmente esistono maggiori margini di sviluppo.

Oltre ai luppoli e ai cereali c’è di più: le piante.

Interessante anche un terzo aspetto, ancora più sottosviluppato: quello delle specie botaniche impiegate nella produzione della birra artigianale. Pare che in Italia ve ne siano 344 in tutto e che oltre il 37% sia importato dall’estero. Considerando che esiste un Paese, quale Curaçao, che ha fatto dell’omonimo frutto il proprio rilancio economico, si capisce che anche le potenzialità economiche sono interessanti.

Specie autoctone e prodotti made in Italy. Tutto molto bello e romantico, ma…

Quando entrano in gioco i numeri, il sogno chiamato filiera agricola inizia a vacillare.Lasciamo stare le piante. Per quanto concerne luppoli e cereali l’Italia non è minimamente in grado di competere con le economie di scala delle altre nazioni. Basti pensare alla vicina Germania, che possiede sia campi di luppolo che enormi malterie per cereali. E’ per questo motivo che l’attenzione è stata posta sulle potenzialità economiche in senso lato: il vero guadagno non giace nella vendita per quantità, bensì nelle potenzialità della vendita di qualità.

Bisogna pensare al richiamo mediatico di concetti come made in Italy, tracciabilità della filiera, km 0, prodotti del territorio. Così come, trattandosi di prodotti agricoli, non bisogna sottovalutare il regime fiscale favorevole in Italia – per il risparmio fiscale molti birrifici si sono dotati del titolo di birrificio agricolo – e le forme di finanziamento legate a questo tipo di investimenti. Ma forse non basta per parlare di successo sicuro.

Senza fare squadra non si va da nessuna parte.

Illuminante l’intervento di La Vallescura. Il birrificio agricolo, oggi anche micromaltificio e agriturismo, è attualmente l’unico birrificio italiano capace di prodursi da sé il proprio malto. Considerando che in Italia esistono solo due maltifici (Saplo a Pomezia e Agroalimentare Sud a Melfi) sulla possibilità di fare impresa in questo ambito sembra esserci un’autostrada libera. Tuttavia proprio in questo intervento è emerso che la produzione di malto fine a sé stessa non è un investimento sostenibile. La produzione non è per nulla competitiva con quella dei maltifici tedeschi, definiti dei veri e propri “villaggi”, e anche sul versante costi non c’è paragone.

Diventa sostenibile quando viene inserito in un contesto produttivo più ampio e in una logica di rete, dove più attori traggono beneficio dall’investimento comune. Ed ecco dove il concetto di filiera agricola legata alla birra artigianale rischia di diventare utopico. Sono gli stessi addetti ai lavori ad ammettere che si fatica a fare rete. Soprattutto in Calabria. Per lo stesso motivo, nonostante l’ottimo livello qualitativo delle produzioni regionali, si fa fatica a emergere fuori dai confini. A buon intenditor…

A conclusione dei lavori si è mangiato e bevuto.

Per allietare il pubblico e per dare sollievo dall’arsura è stato servito il pranzo con cibo e birra offerti dall’organizzazione. Una proposta davvero niente male: un abbondante buffet ricco di salumi e formaggi locali, prodotti tipici a base di vegetali e pane (con tanto di angolo per celiaci). Immancabile la proposta hamburger alla griglia. E ovviamente le birre, tutte calabresi. Ne ho assaggiate un paio. La prima è stata Biancofiore del Birrificio 7 Colli. Dovrebbe essere una Witbier, quindi una Blanche aromatizzata con buccia d’arancia amara e coriandolo. Di fatto l’acidulo del frumento si è rivelato preponderante, facendo perdere alla birra il caratteristico potere rinfrescante e varcando il confine dell’astringenza.

Poi è stata la volta dell’inedita Giusy, Juicy IPA del Birrificio ‘a Magara. Dello stile birrario – molto di moda negli ultimi tempi – conosco solo il caratteristico aspetto lattiginoso ma è stato il mio primo assaggio in assoluto. L’aroma è zeppo di frutta, quella di una macedonia corretta con alcol. In bocca ha la consistenza di un succo alla frutta – mi ha ricordato quello alla pera. Tanta frutta anche qui ma è l’amaro la nota di spicco, inizialmente assente per poi assestare un poderoso calcio nel finale. Una deglutizione secca la rende snella nonostante lo spessore alcolemico (7% abv). Una birra che, seppur facile da bere, è indubbiamente una birra per pochi. Le teste di luppolo la ameranno.

Nel pomeriggio la giornata è stata arricchita dal laboratorio di degustazione di birre calabresi curato da Eugenio Signoroni, e dalla presentazione del suo libro “Il piacere della birra. Viaggio nel mondo della bevanda più antica” scritto in collaborazione con Luca Giaccone.

Attorno alla filiera agricola legata alla birra artigianale ci sono enormi margini di sviluppo. Ma il risultato ultimo di questo sviluppo è poco chiaro. Al di fuori dell’aspetto romantico bisogna far quadrare i conti. Anche alla luce di ciò che accade da secoli nel resto del mondo, ha senso (economico) parlare di birra 100% italiana?

Secondo te ci sono concrete prospettive di sviluppo di una filiera agricola legata alla birra artigianale? Di’ la tua!

 

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