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Eagle and Child: il fantasy, l’aquila e la stanza del coniglio

Eagle and Child non è il solito pub: è la culla della letteratura fantasy.

Ancora pub crawl, destinazione Eagle and Child. E’ un pub molto diverso da tutti quelli visitati sinora: qui si respira la storia. Una storia antichissima che risale al lontano 1650, quando ancora non si chiamava neppure Eagle and Child, bensì Bird and Baby. Il cambio nome, le cui prime tracce scritte risalgono al 1684, è legato allo stemma del Ducato di Derby. Tale stemma, custodito in ben 25 pub, è collegato alla storia/leggenda di un nobile fanciullo trovato in un nido d’aquila.

Il nido dell’aquila è la culla del genere fantasy.

Originariamente di proprietà dell’University College, nel 2003 l’Eagle and Child è stato venduto al St. John’s College – già proprietario del Lamb and Flag situato dalla parte opposta della strada. Ciò che rende famoso l’Eagle and Child è la sua connessione col cosiddetto Inklings Library Group. Si tratta di un gruppo di scrittori oxfordiani dei quali hanno fatto parte nientepopodimeno che C. S. Lewis (Le Cronache di Narnia), J. R. R. Tolkien (Il Signore degli Anelli).

Si scrive meglio a stomaco pieno. Sì, pieno di birra.

I letterati erano soliti riunirsi periodicamente per discutere e condividere le proprie opere. Allo stesso tempo, per mettere qualcosa nello stomaco, si davano appuntamento nella sala privata dell’Eagle and Chid, chiamata “Rabbit Room” (‘stanza del coniglio’). Oggi, dopo diverse opere di ammodernamento, la stanza è molto diversa da come era in passato. Ma vi sono ancora presenti quadri e testimonianze del passaggio di questi autori. Inoltre, nonostante sia oggi di proprietà della catena di pub inglesi chiamata Nicholson’s, posso affermare con fermezza che il pub mantiene tutto il suo fascino.

Il locale è storico, la fama lo precede e l’atmosfera è “importante”.

Muovo i primi passi al suo interno. A darmi il benvenuto sono due stanzine laterali, una per lato. Ciascuna ospita un paio di piccoli tavoli tondi. Sono piccoli angoli riservati e fuori dal mondo, impreziositi dalle finestre a vetrata. In qualche modo mi hanno ricordato il Ye Olde Cheshire Cheese di Londra. Il pub si sviluppa in lungo, su sale diverse sia per dimensione che per ambiente. Si passa dalla misteriosa sala principale, bancone da un lato e un paio di sgabelli con tavolo a muro dall’altro, all’ampia e luminosa sala interna con tetto in vetro a mo’ di serra, adornata da dipinti a olio e tempera. Il menù della cucina è identico a quello del The Chequers – entrambi sono parte della stessa catena. A fare la differenza è invece una florida selezione di Whisky e Gin. C’è anche un barlume di birra artigianale in bottiglia ma niente di eclatante.

Va bene, il pub è fantastico.Ma le birre?

Il bancone è povero, sia nell’aspetto che nella line-up: 4 handpump – 2 delle quali off – e 5 spine – 1 sola delle quali di tipo craft – più 1 sidro. Ma qualcosa nell’Eagle and Child mi ha galvanizzato. Con fare ardito mi porto a casa non uno, non due ma ben quattro assaggi:

Wainwright, Thwaites Brewery, Golden Ale, 4,1% abv.

Colore giallo paglierino. Naso morbido e delicato, a favore di malti, corposi e fragranti. Meno intensa ma comunque ben definita la frutta. In polpa piuttosto che in buccia, con evoluzione dagli agrumi mediterranei alla frutta tropicale (mango). In bocca ha corpo medio e leggero, carbonazione assente e mouthfeel watery. Nonostante l’assoluta leggerezza di corpo risulta piacevolmente “croccante”. C’è grande armonia rispetto all’aroma, con preziosi dettagli di caramello, biscotto e buccia d’arancia. Il finale è attenuato quanto basta, aspro e ripulente di scorza d’agrumi, persistente. Precisa.

Hophead, Dark Star, Golden Ale, 3,8% abv.

Colore aranciato e aspetto lattiginoso – un dettaglio che salta subito all’occhio rispetto alla limpidezza delle Real Ale anglosassoni. E infatti si scatena il panico. Il publican, sconcertato, viene a recuperare il sacrilego esemplare, invitandomi a sostituirlo con qualcos’altro. A me quel colorito pallido non faceva paura ma se lo dice lui… Comunque l’assaggio l’ho portato a casa. Aroma fruttato, intenso e alquanto invitante. E’ suggestivo nella sua esoticità, con profumi di ananas, kiwi, mango e persino uva spina. I malti sono marginali. In bocca ha corpo medio, discreta frizzantezza, mouthfeel velvety. La prima sorsata è piacevolissima, ricca di spunti fruttati, intensi di buccia. E’ l’aspro a caratterizzare la bevuta, sostenuto dal fragrante sottofondo maltoso. Pericolosamente beverina.

Bitter, Brakspear, Bitter, 3,4% abv.

Colore ambrato profondo tendente al rubino, sfumature cola. L’analisi olfattiva mi mette a dura prova: sono stato appena circondato da ben tre piatti di fish&chips fritti come se non ci fosse un domani. Mi concentro e provo a distogliere l’attenzione, dagli odori ma anche dai morsi della fame. Al naso la prima cosa che si apprezza è la fragranza. Le note maltose offrono un gradevolissimo excursus che parte dalle rincuoranti note da forno – con sfumature di miele di melata di bosco – ed evolvono verso il tostato, la frutta secca (nocciola) e i frutti di bosco. La prima sorsata è abbondantemente watery. Compensa una leggera asprezza, sul filo dell’astringenza, apportata dalla commistione di note tostate e fruttate. L’amaro è forte se non addirittura invadente, addirittura graffiante. E’ persistente e prolungato, praticamente infinito, dissetante e riassetante. Pane e frollino di riso, camomilla. Dopodiché la frutta e quindi le tostature, rilegate nel post deglutizione. Non mancano i richiami di frutta secca (noci) e l’acidità da caffè in chicchi, introdotte dall’aspra buccia di agrumi che sfiora il pompelmo. Piatto completo.

Longhorn Purity Brewing, IPA, 5% abv (alla spina).

Colore ambrato e riflessi aranciati, aspetto appena velato. Il naso è già vivace, intenso e fresco ma anche straordinariamente pulito. Ruffiano oserei dire. Frutta esotica in testa, sia polpa che buccia, effetto macedonia. Vivace anche in bocca, con corpo da medio a pieno. La frutta in scorza è la nota caratterizzante, infastidita da qualche bollicina di troppo. Il suo aspro regala un amaro ripulente e una chiusura oltremodo secca, pur non perfettamente attenuata. Gradevole.

L’Eagle and Child spacca! E’ stato come tuffarsi nella storia prima ancora di fare visita a un pub. Bisogna ammettere che questo pub crawl mi sta regalando emozioni. Liquide e non solo.

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