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Birrifici indipendenti negli USA: Yards Brewing

Nella terra dei giganti birrari, gli Stati Uniti, Yards Brewing si erge tra i birrifici indipendenti.

Prosegue la mia visita alla città di Filadelfia, questa volta in direzione di uno dei birrifici indipendenti più vecchi degli Stati Uniti. Il suo nome è Yards Brewing Company e ha una bella storia da raccontare. Una storia che parte dal 1994, quando Tom Kehoe e Jon Bovit, compagni di studi, iniziano a coltivare una comune passione per le birre anglosassoni.

Non tutti i birrifici indipendenti sono uguali.

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Un dettaglio del vecchio impianto in mattoni, qualcosa di veramente vintage

Tom e Jon condividono un’esperienza lavorativa presso la Maryland’s British Brewing Company. Dopodiché decidono di trasformare il loro garage in un rudimentale birrificio, equipaggiandolo con un impianto da 3.5 barili. Quel garage è stato il prototipo della moderna Yards Brewing Company.

Già a quei tempi la competizione era accesa.

Nel 1994 sul mercato c’erano già diversi attori. Poco distanti c’erano Stoudt Brewing e Troegs Brewing, mentre in città Dock Street era il punto di riferimento della birra americana. Ma che si tratti di autoveicoli o di supermercati, negli Stati Uniti tutto è gigantesco. Di conseguenza in una città grande come Filadelfia c’era ancora spazio per l’ingresso di nuovi attori. Bastava solo scegliere il giusto canale. Ed ecco che un nuovo attore di estrazione anglosassone, produttore di dissetanti cask-ale in mezzo a tante birre in fusto, è più che ben accetto.  L’idea è stata quella giusta: oggi Yards Brewing è il più grande dei birrifici indipendenti di Filadelfia.

Yards Brewing, il brewpub della porta accanto.

L’edificio che ho visitato ha le dimensioni di un capannone. Al suo interno si trova da una parte il bar, con il bancone a forma di “U”, affiancato dalla cucina. Di fronte, oltre il muro a vetro, il birrificio vero e proprio. Il giorno della mia visita sono stato reso partecipe di trattative in corso (da svariati milioni di dollari) per l’acquisto di un nuovo stabilimento ancora più grande – una cantina cinque volte più capiente. A oltre un anno di distanza scopro che il progetto è andato in porto e che adesso Filadelfia ha ben due sedi della Yards Brewing.

Birrifici indipendenti americani dal cuore italiano.

Per la produzione si sono affidati a tecnologia tedesca ma il cuore pulsante del birrificio è però italiano. Sono infatti made in Italy la macchina per il risciacquo dei fusti (COMAC), l’imbottigliatrice (GAI), e l’etichettatrice (KOSME). L’affinamento in legno è pratica ormai consolidata e coinvolge attualmente numerose birre, la maggior parte delle quali maturate in botti ex-Bourbon. Molto interessante scoprire l’esistenza di un laboratorio di analisi interno al birrificio. Del resto, quando le dimensioni si fanno così importanti, il controllo qualità diventa imprescindibile. Ma la cosa che più di tutte mi ha fatto piacere è stata la foto di Michael Jackson, amico di Tom ed estimatore delle birre Yards.

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In foto una foto dei fondatori assieme al “cacciatore di birra” Michael Jackson

Mi ha stupito vedere che all’interno del birrificio è ancora presente il vecchio impianto, non più operativo ma ancora affascinante nel suo aspetto in mattoni. Il birrificio moderno impiega tecnologia filtrante – pratica diffusa negli Stati Uniti, anche tra i birrifici indipendenti; ne affronterò l’argomento successivamente – ed enormi serbatoi di fermentazione da 100 e 200 barili.

Il brewpub della porta accanto.

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Il particolare bancone a forma di “U”

Esplorando l’interno del locale ho avuto una buona impressione, circondato da persone che mi sono sembrate interessate a ciò che avevano nel bicchiere ma allo stesso tempo non ossessionato al punto da essere nerd della birra. Una sensazione che mi mancava dai tempi del mio lavoro alla Thornbridge Brewery. Per non farsi mancare nulla c’è persino il tavolo da biliardino.

La gamma delle birre, tra nuove e vecchissime ricette.

Tutte le birre di punta (Brawler, Philadelphia Pale Ale, Yards IPA, Love Stout, ESA) sono prodotte con un ceppo di lievito inglese ad alta fermentazione. E se da una parte si producono ricette nuove, dall’altra si ossequia l’eredità birraria di Filadelfia con le Ales of the Revolution, una linea di birre dedicata ai Padri Fondatori.

Sono ricette “storiche”: la George Washington’s Porter proviene da una lettera del Generale all’esercito su come produrre la birra – per non far sentire la mancanza di casa – nella fattispecie con miele; Poor Richard’s Spruce Ale (pseudonimo di Benjamin Franklyn) è stata rinvenuta all’interno di libri che elencano gli ingredienti disponibili nella sua fattoria (miele, fiocchi di mais, malto, segale); infine la Thomas Jefferson’s Strong Golden Ale prodotta con con aghi di pino al posto del luppolo, risultando probabilmente il primo gruit americano.

Le birre e gli assaggi.

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Il bancone attuale ospita 20 birre. Ne ho assaggiate a maniche larghe, sia le tradizionali che le “rivoluzionarie”.

Brawler, English Session Ale, 4.2% ABV: aroma ricco di malti e con un livello di pulizia tale da poterli dissezionare tutti. E’ il caramello a dominare, mentre nel finale spunta la frutta secca. Premesse confermate in bocca, dove il dolce caramello viene equilibrato da un finale delicatamente tostato, di cola e nocciola.

ESA (Extra Special Ale), ESB, 6% ABV: ancora una volta l’aroma è quasi esclusivamente appannaggio dei malti, sebbene in questo caso si tratti di miele. Anche in bocca è leggermente diversa, più carbonata e più amara, con decise note tostate (liquirizia, caffè) e punte di chinotto. Retrogusto aspro.

Philadelphia Pale Ale, 4.6% ABV: birra straluppolata, con presenza importante di luppoli del Nuovo Mondo (uva bianca e succo di pomodoro mi fanno sospettare lo zampino del luppolo Simcoe). In bocca è vivace, rinfrescante, floreale e con un tocco di miele. Tappeto di malti fragrante e retrogusto aspro di agrumi.

India Pale Ale, 7% ABV: aroma che esibisce un carattere luppolato tradizionale: erbaceo e floreale, con malti fragranti a fare da tappeto. Una punta di arancia dolce funge da punto d’incontro tra i due mondi. In bocca è chiaramente amara. L’aspro della buccia d’arancia amara persiste lungo buona parte della sorsata, fin oltre la deglutizione, dove si mischia fino e si confonde con il vibrante erbaceo. Suggestioni di pellicina di noce evidenziano un importante background maltato.

General Washington’s Tavern Porter, 7% ABV: aroma focalizzato su poche note tostate (cioccolato, cacao). In bocca ha abbastanza bollicine, gusto amaro dato dalle tostature, con il cioccolato fondente in pompa magna. Birra monocorde che però probabilmente ben rappresenta l’antica ricetta.

Thomas Jefferson’s Tavern Porter, 8% ABV: malti chiari (pane, miele) e speciali (biscotto, caramello), amalgamati e potenziato dall’alcol che ricorda l’Irish Mist (Whiskey scozzese al miele). Singulto di melassa che lascia sospettare la presenza di zuccheri residui. In bocca conferma l’impressione di liquore al miele, elevandosi a bevanda da fine pasto piuttosto che da tavola. Davvero niente male.

Poor Richard’s Tavern Spruce, 5% ABV: profumi di bosco, in particolare resina, che però svaniscono presto lasciando spazio al caramello. L’equilibrio tra le due componenti salva la bevibilità di questa ardita ricetta.

Love Stout, 5% ABV (con mescita a carboazoto): torrefazioni in testa (caffè tostato, cacao, cioccolato fondente), addolcite da tracce di vaniglia. In bocca è morbida, gustosissima, dal sapore di cioccolato al latte. Ogni sorso è una carezza di velluto. Una birra appagante che farà felice tutti, in particolare i golosi.

In quanto a città della birra Filadelfia mi ha dato non poche soddisfazioni. A questo punto ero pronto per procedere oltre, verso nuovi birrifici indipendenti e oltre.

Il viaggio prosegue. Prossima fermata: Stoudts Brewing Company. Non perderla!

Dove: 500 Spring Garden St, Philadelphia, PA 19123, Stati Uniti

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