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Birra Regno Unito: passione e innovazione

Seconda puntata dedicata alla birra Regno Unito in compagnia di uno dei suoi migliori rappresentanti: Thornbridge Brewery.

Da quando mi sono trasferito in Inghilterra la birra Regno Unito è diventata un’ossessione. La prima vittima della mia fervida curiosità è stata la Thornbridge Brewery. Di lei sapevo poco o nulla ma adesso che sono qui – ci lavoro pure! – è più semplice riuscire ad appagare la mia sete di conoscenza.

Innovation. Passion. Knowledge. Un payoff che dice tutto.

La storia è semplice. Si inizia nel 2005 – da poco compiuti i 10 anni – con un impianto da 10 barili (18/19 hl) nella Thornbridge Hall, un edificio secolare che ha l’aspetto di una tenuta regale, completamente immerso nel verde del Peak District National Park. E’ questa la casa di Flora, “mascotte” del birrificio, la stessa che fa capolino in ogni etichetta. Poi, nel 2009, la svolta: la crescente domanda e l’intenzione di ampliare la gamma produttiva convincono a fare il passo verso l’apertura di un nuovo sito produttivo nell’area industriale di Riverside, oggi quartier generale. Uffici amministrativi e area produttiva fianco a fianco. E poi il Barrel Store. Al suo interno trovano posto numerosi botti – dono di Garrett Oliver dell’americana Brooklyn Brewery – divise tra Bourbon e vino. Nelle prime sta maturando una Strong Belgian Ale – dovrebbe chiamarsi Serpent – mentrenelle seconde “invecchia” una Sour Ale.

Birra Regno Unito e grandi numeri.

Ben il 50% della produzione – e non stiamo parlando certo di bruscolini – è destinato a una sola birra, considerata la birra di punta del birrificio: la Jaipur. Ed è ancora più sorprendente scoprire che dietro la ricetta c’è lo zampino di un birraio italiano. Non lavora più in Thornbridge ma ho scoperto che vive ancora a Sheffield – inutile dirti che sono già in fase stalking. Il birrificio ha 32 birre all’attivo suddivise tra bottiglie (50%), cask e keg (25% ciascuno) ed esporta in 35 paesi in tutto il mondo nella misura del 25%. No rifermentazione in bottiglia, sostituita dall’uso della centrifuga, e hop back per tutte le birre. E’ stato bello scoprire che i tini di maturazione e i fermentatori sono made in Italy.

Cosa si intende per tradizione?

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Sperimentare con raziocinio, produrre ricette tradizionali con l’utilizzo di un impianto single mash (senza decozione). Ho assistito – e partecipato, seppur in minima parte – alla cotta della Wild Side, una (Wild) Pale Ale brassata utilizzando “solo” due luppoli: il tedesco Magnum per l’amaro e il profumatissimo luppolo sloveno Savinjski Golding per l’aroma. La luppolatura da amaro è stata eseguita da me stesso. Riesci a immaginare che emozione?

Con gli occhi di un appassionato è facile dire “voglio fare il birraio”.

Dopo averlo fatto per un giorno – anzi mezzo e neanche a pieno regime – lasciati dire che è molto più impegnativo di quanto si possa immaginare. Bisogna avere la mente lucida per gestire l’intero processo e svolgere contemporaneamente più controlli. Decisamente più faticoso che andare in palestra. Nel mio caso si è trattato di caricare/scaricare dal furgone i cask. Facile quando vuoti ma una volta riempiti stiamo parlando di 50 litri di birra – ai quali si aggiunge il peso del cask. Credimi, è stata dura!

Poi è stata la volta dell’innovazione.

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L’impianto di Riverside è una giostra! Lunghe file di altissimi fermentatori – se non erro 10 mila litri – centrifuga, hop back, un attrezzato laboratorio analisi e un’efficiente linea di lavaggio fusti e imbottigliamento. Ma soprattutto un grande frastuono di musica hip hop in sottofondo. Se entri dentro ti esalti di sicuro.

La birra Regno Unito continua. Nel prossimo episodio: Peakender, il festival estivo di Thorbridge Brewery.

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