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Birra italiana? Non te la (dare a) bere!

Ti piace tanto bere birra italiana. Bene. Allora ti faccio una domanda: è veramente italiana?

Alzi la mano chi non beve birra italiana. La domanda che voglio fare a tutti gli altri è questa: quella che bevi è veramente birra italiana? Nel mare magnum di società e marchi che caratterizzano i grandi gruppi industriali è facile fare confusione. Occupandomi di birra artigianale sapevo già da tempo che alcuni marchi di birra italiana sono italiani solo di nome. Ma ho fatto i compiti a casa e la situazione è peggio di quanto credessi. Sei sicuro di volerne sapere di più? Potrei rovinarti la sete. Uomo avvisato, si dice… E va bene, seguimi!

La birra italiana ha vissuto un’epoca d’oro. Ma oggi?

In passato i marchi di birra italiana erano tanti e spesso i loro nomi strizzavano l’occhio alle vicine Svizzera e Austria: Spluga a Chiavenna, Wuhrer a Brescia – venduta alla Peroni nel 1988  -, Dreher a Trieste, Paskowski a Firenze, Peroni a Vigevano, Poretti – proprio lei, la birra ai millemila luppoli – a Varese. Non tragga invece in errore il nome italianeggiante Bavaria: è olandese e si tratta del birrificio indipendente più grande d’Europa.

Poi, nella seconda metà del Novecento, iniziò l’opera di aggregazione dei birrifici all’interno di un unico marchio nazionale. La scelta ricadde su Dreher. Scelta più che condivisibile, visto che alle spalle c’era un birrificio ad alti livelli, eredità di un certo Anton Dreher. Poi però, nel 1974, Dreher venne ceduta all’olandese Heineken. Fu l’inizio del declino. Oggi cosa rimane della birra italiana?

“Chiamami Peroni, sarò la tua birra.”

Peroni è un altro nome che sprizza italianità da tutti i pori. Purtroppo la realtà è ben diversa. Partiamo dal presupposto che non si chiama Peroni, bensì Birra Peroni S.p.A.. La differenza è significativa, in quanto nella società rientrano due diversi marchi (Peroni e Nastro Azzurro). Purtroppo Birra Peroni – quindi anche Nastro Azzurro – nel 2003 viene acquistata dal colosso sudafricano SABMiller. Ma non è finita qui. Oggi Peroni è addirittura in mano ai giapponesi del gruppo Asahi. Tutta “colpa” di un terzo attore, il colosso belga-brasiliano AB InBev: prima di poter assorbire SABMiller la multinazionale deve cedere alcuni marchi. Peroni è stato uno di questi. A deciderlo è stato il garante della concorrenza di mercato, per evitare una situazione di monopolio e tutelare la sana concorrenza. Nel frattempo in questa sede è bene ricordare che la stessa Peroni acquisì nel 1961 Birra Raffo, birra simbolo di Taranto. E se Peroni non è più italiana non lo è neanche Birra Raffo.

Quando si parla di birra italiana si pensa a Birra Moretti.

Birra Moretti è uno dei marchi di birra italiana più famosi all’estero. Ho vissuto in Inghilterra per un anno e ricordo bene quanto fosse gettonata nei pub. Birra Moretti nasce nel 1859 a Udine, nel Friuli Venezia Giulia, ed è stata capace di diventare simbolo di un’intera città – alcuni edifici e luoghi pubblici ne portano il nome. A fondarla fu Luigi Moretti, membro di una famiglia con contaminazione dinastica. L’affermazione nazionale (e non solo) avvenne con la campagna pubblicitaria del “baffone” più famoso d’Italia. Ultimamente Birra Moretti ha intrapreso un ambizioso progetto dedicato alla produzione di birre regionali (Siciliana, Piemontese, Toscana). Tutto molto bello. Peccato che nel 1996 Birra Moretti è stata acquistata da Heineken Italia, a sua volta parte del gruppo olandese Heineken. A proposito: sapevi che anche la fantomatica birra sarda Ichnusa è di proprietà del Gruppo Heineken? E con questo altre due colonne della birra italiana sono state fatte fuori.

E Angelo Poretti dove lo mettiamo?

Non si può non menzionare il birrificio Angelo Poretti di Induno Olona (VA), uno dei più in auge negli ultimi tempi per la faccenda del luppolo. Prima di andare oltre ti faccio tirare un sospiro di sollievo: è un birrificio (più o meno) italiano. C’è però una mezza verità che la pubblicità non racconta. Perché oggi Angelo Poretti si fa il figo, ripreso da tutte le tv mentre getta luppolo “in quantità” nelle sue birre. Però c’è stato un tempo in cui le cose non andavano così bene.

Agli albori c’era la Birreria Poretti, fondata da Angelo Poretti nel 1876. Nel 1939, ormai prossima al fallimento, venne salvata dalla famiglia Bassetti, già proprietaria del birrificio Spluga, dal quale ottenne il marchio Splügen. Poi però entrò nelle mire della birra danese Carlsberg, che a partire dal 1982 iniziò ad acquistarne progressive quote societarie. Finché, nel 2002, ottenne l’intera proprietà. Nel 2007 la storica Birreria Poretti divenne oggetto di una gigantesca operazione di marketing destinata al rilancio del brand. Il nuovo nome è quello col quale oggi lo conosciamo: Birrificio (di) Angelo Poretti. Oggi gli effetti di quest’operazione sono sotto gli occhi di tutti: in Italia è una delle birre più vendute. Insomma, Poretti è italiana ma solo perché prodotta in Italia. Secondo te è sufficiente per considerarla birra italiana? No, così come non vale per Peroni e Moretti.

Per fortuna qualche baluardo di birra italiana resiste.

Insomma, chiarito il concetto che tanta birra (presunta) italiana in realtà non lo è, voglio adesso dirti quali birre sono veramente italiane. Pedavena – compresi i marchi Dolomiti, Superior e Centenario – appartiene al gruppo italiano Birra Castello di Nogaro (UD). Qui c’è perfino un’inversione di tendenza, visto che anche le birre a marchio Best Bräu (catena Eurospin), FinkBräu (catena Lidl), Alpen e Jedler sono prodotte nello stesso stabilimento italiano.

Birra Menabrea è stato il primo birrificio italiano in assoluto (1789). E’ confluita nel gruppo Forst negli anni ’90 ma ha sempre mantenuto la propria autonomia operativa ed è ancora oggi un orgoglio italiano. Anche Forst (‘foresta’ in tedesco), nonostante il nome, è un marchio di birra italiana. Fondato nel 1857 nell’omonima località alle porte di Merano, è oggi di proprietà della famiglia Fuchs.

Italiane sono anche le birre a marchio Miva, L’Italica e Abracadabra, di proprietà del gruppo San Geminiano Italia (distributore di bevande). Un altro nome eccellente di birra made in Italy è la storica Birra Messina. Fondata nel 1923 da famiglia italiana, acquisita da Dreher nel 1988 – quando era già sotto Heineken Italia – e chiusa definitivamente nel 2007. Per fortuna questa è una storia a lieto fine: dopo un tira e molla infinito, a partire dal 2016, lo storico marchio ha ripreso a produrre sotto il nome di Birrificio Messina. Lo hanno messo in piedi 15 ex dipendenti in cerca di riscatto. Finalmente una bella notizia, eh?

Non si dica che la birra italiana non esiste. Si dica però che tanta birra presunta italiana in realtà non lo è. Vale per la birra artigianale come per quella industriale: leggi l’etichetta!

Eri a conoscenza di questi retroscena? Quali altri nomi conosci di birra italiana?

Fonti:

Fermento Birra
Adnkronos
Repubblica
Siciliafan
Beverfood

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