Birra in lattina, non più simbolo di scarsa qualità

Siete tutti colpevoli di reato! Anzi, a dire il vero, lo siamo. Ebbene si, mi includo anch’io, e faccio un doveroso mea culpa per confessarmi di tutte le volte che, di fronte agli scaffali di un supermercato e alla bella mostra di birra in lattina, ho pensato quanto in basso si dovesse cadere per bere di quella robaccia. Solito pregiudizio infondato, visto che la scena brassicola, nazionale ed internazionale, stà evolvendo, scardinando questa vetusta immagine.

Birre in lattinaLe origini del pregiudizio sono da ricondurre ai limiti strutturali della lattina in alluminio, materiale inadatto ad un’ottimale conservazione della qualità organolettiche di un alimento, a maggior ragione di un prodotto vivo come la birra, con la quale il contatto diretto determina la contaminazione olfattivo/gustativa. Oggi la tecnologia inerente il packaging è notevolmente evoluta, arrivando a produrre lattine nelle quali l’alluminio non entra in contatto col liquido interno (lungi da me capire come, figurarsi spiegarlo), lasciando inalterate le sue caratteristiche, e mantenendone la conservazione paragonabile a quanto avverrebbe all’interno di una bottiglia di vetro, contenitore della birra per antonomasia. Addirittura, per alcuni aspetti, la conservazione in lattina sarebbe addirittura preferibile, data la sua capacità di proteggere la bevanda dai suoi nemici giurati: la luce e l’aria.

Dalla prima lattina di birra, quella alla quale era necessario aprire un foro con un punteruolo sulla superficie (1935, ad opera della Gottfried Krueger Brewery a Richmond, Virginia) ne è passato di tempo. In realtà, la prima lattina di birra è da far risalire al 1909, ma il rilascio di ioni metallici produceva al tempo un eccesso di anidride carbonica che faceva letteramente esplodere il contenuto dall’interno. I futuri aggiornamenti sono da ricondurre a Ermal Fraze, che negli anni ’60 introduce la linguetta con apertura verso l’esterno, sostituita da poco a breve nei ’70, dalla più sicura (seppur meno igienica) linguetta ad apertura verso l’interno, ad opera della Pepsi.

C’è chi, di fronte alla diffusione di queste nuove confezioni, formula presagi circa l’evoluzione del mercato birrario, supponendoBrewDog che la lattina costituirà volano di crescita della birra (più o meno) artigianale, andando a conquistare quella fetta tipicamente monopolizzata dalla birra industriale: feste, concerti, locali pubblici. Tutti quei luoghi, insomma, in cui la presenza della bottiglia in vetro costrituisce, a fronte delle leggi sulla pubblica sicurezza, un vincolo al libero consumo, che verrebbe rimosso dall’impiego delle lattine in alluminio. A sicuro vantaggio della prolificazione della birra di qualità.

Senza contare poi i vantaggi caratteristici di queste confezioni: peso e minori costi di trasporto a parità di volume, ergonomia e semplicità di trasporto, migliore capacità di riciclaggio e, quindi, minore impatto ambientale, maggiore protezione da infiltrazioni di luce e aria (per contro una maggiore esposizione alle fluttuazioni termiche). Le lattine hanno poi un basso costo unitario, ma il vantaggio economico ad esse correlato verte sul principio delle economie di scala, ovvero il reale guadagno si avrebbe solo in caso di volumi di produzione molto elevati. E questo raramente accade all’interno dei microbirrifici, soprattutto quelli italiani, per i quali i vantaggi legati all’utilizzo del vetro rimangono insormontabili. La bottiglia in vetro conferisce un aspetto sicuramente migliore al prodotto nel suo complesso, offre maggiori e migliori possibilità di personalizzazione di forma ed etichetta, migliora la percezione del prodotto. Soprattutto quest’ultimo è un elemento essenziale, considerando che tutt’ora il consumo di birra artigianale è considerato un privilegio di nicchia, destinato agli ambienti ricercati e benestanti della grande ristorazione.

Bad AttitudeSulla scena internazionale, gli Stati Uniti primeggiano sicuramente nell’incentivare tale evoluzione, e numerosi sono già i microbirrifici che hanno deciso di condividere l’uso della lattina. La scelta è stata apprezzata, e condivisa, divenendo presto un’usanza comune. Anche in Europa, più tradizionalista, le prime sperimentazioni non hanno tardato ad affacciarsi. Un esempio di successo è sicuramente quello degli scozzesi BrewDog, mentre in Italia è assolutamente calma piatta, L’unica produzione nazionale in lattina è da ricondurre al birrificio Bad Attitude (in realtà svizzero). Insomma, appare difficile, forse addirittura impossibile, immaginare un futuro della birra artigianale italiana in cui la lattina possa dire la sua. Semplice amore per il vetro? Chi vivrà, vedrà!

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