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Birra artigianale al supermercato: perché no?

Si dice che la birra artigianale al supermercato sia un’eresia. Ci ho pensato bene e sono giunto alla conclusione che non è così. E ti spiego perché!

Sto iniziando a metabolizzare la mia esperienza in Inghilterra e fare tesoro di ciò che vedo, sento, mangio e bevo. Le sinapsi, insomma, si sono finalmente collegate. Una delle cose che mi ha maggiormente colpito da quando mi trovo qui è la facilità con cui è possibile reperire birra artigianale al supermercato. In molti casi si tratta di proto-artigianali – qui le chiamano crafty – ma in molti casi stiamo parlando di prodotti artigianali veri e propri. Thornbridge, per esempio. Al birrificio sembra quasi un oroglio il fatto che le sue bottiglie – quantomeno le più diffuse – siano reperibili presso uno dei maggiori supermercati locali. Mi sono allora posto una domanda:

La birra artigianale al supermercato è davvero un abominio?

Ammetto che sono sempre stato contrario a questa pratica: troppi maltrattamenti dietro la grande distribuzione. Maltrattamenti che la birra artigianale non merita, nel rispetto di chi (faticosamente) la produce e di chi la consuma, giustamente aspettandosi qualcosa di più rispetto alla birra industriale. Alla luce di nuovi esperienze e con capacità di giudizio critica posso però dire di essermi ricreduto. Le potenzialità della GDO sono enormi e non sono pochi in Italia i birrifici artigianali si sono fatti ammaliare dalle sue velleitarie carezze. Tanti consumatori, tanti guadagni e soprattutto tanta pubblicità. Ma a che prezzo?

Lo scotto è la perdita dei distributori al dettaglio.

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Per inserire un prodotto (costantemente) nella grande distribuzione bisogna – dando per scontata una capacità produttiva adeguata – nella maggior parte dei casi applicare un prezzo che rende il prodotto economicamente conveniente. Di conseguenza i consumatori perdono interesse ad acquistarlo altrove – dove ha un costo maggiore – e i distributori al dettaglio non hanno più interesse a rivenderlo. Mettendo sulla bilancia vantaggi e svantaggi e considerando anche la perdita del rapporto diretto B2C (Business to Consumer) – e della possibilità di poter “raccontare” la birra artigianale – è indubbio che la scelta di entrare nella GDO è sconveniente.

E se si diversificasse la distribuzione?

Mi spiego meglio – e prendo a esempio Thornbridge. Disponendo di una gamma di birre sufficientemente ampia immettere i propri prodotti di punta nella grande distribuzione può risultare particolarmente conveniente. Soprattutto quando si ha già precedentemente investito in comunicazione e si è già massimizzato il livello di potenziali clienti raggiungibili. Questi prodotti dovranno scegliere esclusivamente – o quantomeno privilegiare – questo canale, lasciando al resto della gamma il compito di viaggiare attraverso i canali tradizionali e “umani”. Diversificare. Attaccare su più fronti. Secondo me è una strategia sottovalutata e dalle indubbie potenzialità. Anche in Italia.

Attenzione ai lati oscuri.

Il pericolo maggiore è legato all’impatto d’immagine che una strategia del genere suscita nel consumatore – di massa e affezionato: vedere la birra artigianale al supermercato fa un po’ strano. Ma vogliamo continuare a parlare di birra artigianale come di un prodotto pregiato, prelibato, elitario? oppure vogliamo renderla veramente una mondana alternativa di gusto rispetto al vino? Tutti devono sapere che la birra industriale non è l’unica scelta possibile.

Ribadisco: coi dovuti accorgimenti la birra artigianale al supermercato può funzionare.

Alcuni birrifici artigianali italiani hanno già iniziato a percorrere questa strada utilizzando brand paralleli e rami di business sotto diverso nome. In questo modo le mentite spoglie sono in grado di preservare il brand originale dalle accuse di materialismo. Non è una scelta che condivido. Prima di tutto perché la ritengo scorretta nei confronti del consumatore finale – la trasparenza in etichetta è un altro aspetto sul quale bisogna seriamente lavorare; secondo perché il principale vantaggio della grande distribuzione non è, come generalmente si ritiene, il mero guadagno economico quanto piuttosto la pubblicità, la diffusione del brand e l’estensione del portafoglio clienti. Con un brand parallelo queste buone intenzioni vanno a farsi benedire.

Rimane una questione delicata: il trattamento riservato alla birra.

Stiamo parlando della birra artigianale, prodotto “vivo” e deperibile, in evoluzione costante giorno dopo giorno. Affidarla alle mani della distribuzione organizzata – praticamente ai piedi – non garantisce certo un trattamento impeccabile del prodotto. Restringiamo il campo dei birrifici che possono adottare questa strategia, stabilendo due necessarie condizioni: TMC (Termine Minimo di Conservazione) di almeno 12 mesi e zero tracce di lievito in sospensione. Rifermentazione in bottiglia? Forget it! In questo modo sì che può funzionare.

Se le scelte sono coerenti con la propria filosofia produttiva la birra artigianale al supermercato cessa di essere un abominio. Ma prima di tutto occorre un cambio di mentalità: smettere di essere beer nerd e iniziare a ragionare come consumatori. Difficile ma non impossibile.

Cosa ne pensi? condivi la mia opinione? vorresti aggiungere qualcosa? Di’ la tua!

 

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