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Birra Achel: la genesi e le birre trappiste

Birra Achel è prodotta in ottemperanza della regola di San Benedetto.

Con Birra Achel prosegue la rassegna dedicata ai birrifici trappisti. Ci spostiamo per la prima volta (quasi) fuori dal Belgio. Siamo nella provincia belga di Limburg, ai confini con l’Olanda. Qui si trova l’Abbazia di Nostra Signora di San Benedetto.

La storia inizia nel 1648. Un minuto gruppo di monaci olandesi mette in piedi quella che è poco più di una cappella. La scelta del luogo non è casuale: in questi luoghi i monaci percepiscono la pace. Una pace sottolineata dall’iscrizione all’ingresso dell’Abbazia, che reca inciso “pace a tutti i visitatori”.

Purtroppo della vecchia cappella oggi non v’è traccia, distrutta durante la Rivoluzione Francese. Fortunatamente nel 1844 i monaci provenienti da Westmalle la ricostruirono. E nell’occasione, oltre ad ampliarla, hanno installato un birrificio. Gli stessi monaci torneranno ad aiutare nel 1998, accompagnati dai monaci di Rochefort, per rimettere in sesto una produzione smantellata dall’occupazione tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale.

Birra Achel esisteva da prima dell’arrivo dei monaci.

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Credits: catharinadal.be

I monaci non furono i primi ad abitare questi luoghi. Queste terre erano già abitate da un gruppo di eremiti (‘kluizenaars’) e la piccola cappella era il loro luogo di preghiera. Erano proprio loro ad averla battezzata col nome di “Achelse Kluis”.

Pace e tranquillità inducono all’ozio? Ci pensa San Benedetto!

La regola di San Benedetto è semplicissima. Dice solo due cose: prega e lavora. Rispettando tale monito i monaci iniziano a rimboccarsi le maniche, dedicandosi a svariate attività: pascolo, panificazione, carpenteria, stampa, lavorazione dei metalli. E ovviamente Birra Achel, ultima solo per ordine cronologico, introdotta per rendere autosufficiente il refettorio.

Nasce Birra Achel, in due versioni.

La primogenita (1852) è l’immancabile Patersbier, la “birra dei monaci”, prodotta esclusivamente per auto-consumo, da accompagnare ai pasti. E’ una birra troppo leggera per soddisfare placato e placare l’appetito, soprattutto durante i periodi di digiuno. I monaci sentono il bisogno di mettere sotto i denti qualcosa che assomigli al pane liquido, qualcosa di “masticabile”. Nasce una Dubbel chiamata “het patersvaatje” (‘la botte dell’Abbazia’).

Ci vuole ancora un po’ per la Birra Achel come la conosciamo oggi.

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Credits: gettingstamped.com

Tuttavia solo nel 1976 nasce la prima vera birra Achel. La cosa strana è che non viene prodotta all’interno dell’Abbazia, bensì dalla la Brouwerij De Kluis in Hoegaarden. Si chiama infatti Kluis e solo successivamente cambia nome in onore di San Benedetto. Più che un birrificio, birra Achel nasce come beer firm.

Attenzione a non fare confusione: De Kluis è il nome del birrificio e non all’Abbazia. E chi è il birraio di De Kluis? Una vecchia conoscenza: Pierre Celis, padre della birra Blanche. Purtroppo la collaborazione con Pierre Celis dura poco: nel 1985 un incendio distrugge il birrificio De Kluis, Pierre vende il marchio all’industria ed emigra negli Stati Uniti, dove fonda il birrificio Celis.

Birra Achel si sposta dunque al birrificio De Teut a Neerpelt, dove rimane fino al 1995.

Produrre birra in giro è bello ma alla lunga stanca.

Essere birrificio itinerante non si addice a un’attività monastica. Achel se ne rende conto e avvia il proprio birrificio. Il primo mastro birraio è Padre Thomas, in passato brewmaster presso Westmalle. Bisogna dunque ringraziare lui se oggi possiamo bere birra Achel 5.

Vengono alla luce Blond e Bruin, entrambe di 5 gradi alcolemici. Vengono servite solo alla spina, presso il refettorio dell’Abbazia. Per fortuna la gamma non si esaurisce qui e le altre sorelle sono destinate alla bottiglia e a una distribuzione più capillare.

Si tratta di versioni “muscolose” prodotte con zucchero candito e zucchero candito bruno: Achel 8, 8% ABV, rispettivamente Belgian Golden Strong Ale e Dark Strong. C’è poi la Tripel, 9.5% ABV. Si chiama Extra ed è basata su una vecchia ricetta del 2004 – originariamente chiamata Zomer. Ancora una volta ne esistono due varianti: chiara e scura, e stavolta è imbottigliata solo nel formato grande da 75 cl. Più recente invece la Witte, una Witbier da 

Birra Achel, una birra senza segreti.

Achel è forse il birrificio trappista con maggiore “contaminazione” industriale. Diverse sono le differenze rispetto agli altri monasteri e decisamente minore è il mistero attorno alle ricette, molte delle cui informazioni sono trapelate all’esterno.

Innanzitutto l’acqua impiegata non è di fonte. I luppoli preferiti sono il Saaz e lo Styrian Golding. Per la fermentazione primaria viene utilizzato un ceppo di lievito proveniente dal birrificio Van Steenberghe, mentre viene utilizzato lievito secco per la rifermentazione in bottiglia.

L’aspetto a cui i monaci tengono maggiormente è il riposo: le birre maturano per un intero mese prima di essere infustate/imbottigliate. Ed entro due mesi i monaci consigliano di consumarle per godere appieno della loro freschezza.

Le dimensioni sono importanti, anche per un birrificio trappista.

La produzione annuale si assesta sui 3.000 HL l’anno. La cosa più bella è che l’impianto è visibile dalla taverna adiacente. I monaci hanno iniziato a fare birra credendola un’attività meno faticosa – e più redditizia – di quella agricola o casearia. Questo li ha portati a vendere i terreni  agricoli e reinvestire il ricavato nel birrificio. Oggi la birra è diventata così importante che li ha costretti a farsi da parte e lasciare che un esterno si occupi della produzione. Questo qualcuno si chiama Marc Knops, birraio itinerante piuttosto famoso in Belgio, assieme al suo assistente Jordi Theeuwen.

Birra Achel alimenta il mito della rarità e costringe gli appassionati a visitare l’Abbazia per assaggiare le produzioni più esclusive. Per fortuna le birre più famose sono ampiamente disponibili in pratico formato bottiglia.

Conoscevate la storia della birra Achel? avete assaggiato qualcuna delle sue birre?

Crediti copertina

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