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Il mio beer mile: tra birrifici e public house

In Inghilterra, terra consacrata alla pinta pomeridiana e alla vita da pub, mi concedo un insolito beer mile. Obiettivo? La birra più gustosa. Ce la farò?

In Inghilterra, mentre la scelta gastronomica ha il vantaggio di approvvigionarsi dalle cucine di tutto il mondo, la birra artigianale può rivolgersi alla folta vegetazione di birrifici locali. Londra ne è l’esempio più calzante. Pensa un po’: sono così avanti (o assetati) che ci stanno non uno ma ben due beer mile. Si tratta di strade lunghe poco più di un chilometro che sembrano fatte apposta per ospitare una folta schiera di brewery. Se ti piace andare in giro per birrifici è il massimo del divertimento. A me, per esempio, piace un sacco. Potevo farmi scappare l’occasione?

Prima tappa: Fourpure Brewing.

Il birrificio si trova in area industriale ma è riuscito a ritagliarsi il suo spazio di natura creando un piccolo giardino homemade all’ingresso. Appena entrati si viene accolti da una canning machine (macchina per lattine) di dimensioni ragguardevoli – e pare ne stia per arrivare un’altra ancora più grossa. C’è originalità un po’ ovunque: a parte i fermentatori, abbelliti dall’utilizzo di lavagne e gessi colorati per indicare le birre contenute all’interno, la cosa più bella è la taproom. Parte integrante del birrificio, si compone di vie colorate sormontate da un grande mappamondo. Da qui ti sarà possibile vedere dove si beve Fourpour – e pare che in Canada ne facciano incetta.

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Tra queste mura è avvenuto il primo assaggio della giornata. La birra ha avuto il sapore della Skyliner, Wheat Ale da 4,9% abv luppolata con Simcoe, Summer, Centennial e Vic Secret. Perfetta per alleviare la faticaccia della lunghissima camminata. E finalmente una birra che fa del frumento l’ingrediente principale senza risultare stucchevole, con un tocco leggermente funky di spezie (pepe). Gusto tondo e avvolgente.

La seconda tappa è Brew By Numbers.

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Raggiungerlo – è proprio il caso di dirlo – è una passeggiata. Ci troviamo esattamente sotto i binari del treno, tant’è che ogni tanto – praticamente sempre – senti tutto quanto vibrare. Il birrificio è nel caos: stanno organizzando l’evento serale. Non ho molto tempo. Mi concedo un giro fotografico, giusto il tempo per percepire il carattere minimale del birrificio, concentrato sulla qualità delle birre piuttosto che sulla loro apparenza. Anche qui c’è una taproom. E’ proprio lei, in carne, lavagna e gessetti, a darti l’ingresso in birrificio. Non riesco ad assaggiare nulla ma faccio in tempo a trafugare la Black IPA chiamata 15/02. L’ho provata e mi è piaciuta. Te ne parlerò presto.

Altro giro, altra corsa: Southwark Brwery.

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Questo birrificio è meno noto rispetto ai precedenti. Ha aperto da poco – appena 7 mesi da quando sono passato a visitarlo – ma si è già messo in linea coi colleghi del beer mile. Il birrificio, anch’esso collocato sotto i binari del treno, si sviluppa in lungo e riesce a mantenere un ambiente meno soffocante rispetto ai precedenti. All’ingresso indovina che c’è? L’immancabile taproom! Cinque vie, ma questa volta si tratta di cask – a pompa anziché alla spina. Le birre, del resto, sono tutte in stili tradizionali inglesi: Blonde, Bitter, Golden, IPA, Porter.

Qui apprendo un po’ di storia birraria.

Pare l’intera zona sia sempre stata famosa per la produzione birraria, avendo ospitato in passato alcuni importanti birrifici ormai dismessi. Voler ripercorrere le gesta della birra londinese è stata la ragione che ha spinto questo birrificio a mettere radici qui. Oltre ovviamente al vantaggio non indifferente di trovarsi in pieno beer mile, con tutto quel che ne comporta – turismo birrario e frotte di appassionati durante il fine settimana.

Non ci sono stati altri birrifici. Ma non è ancora finita!

Mi sono concesso un mini tour birrario, andando a visitare un paio di pub della vecchia guardia consigliatimi da un addetto al settore vissuto precedentemente a Londra. Sto parlando del Ye Old Cheshire Cheese e del Cittie of Yorke. Il primo è la versione inglese del romano Mastro Titta: completamente immerso nel buio, a eccezione della fioca luce che passa attraverso le finestre o che arriva dal bancone. Non c’è molto artigianale ma il locale trasuda di tradizione e storia birraria. Qui fanno bella mostra di sé una sfilza di handpump di Samuel Smith Bitter versione Oak Aged. Ne prendo una, l’assaggio e ne rimango stupefatto. Godibilissima nella sua sottile consistenza tattile, snella, dall’aroma discretamente caratterizzato e dal gusto fresco, insaporito da tostature, discrete fragranze maltose e suggestioni di frutti rossi.

Il secondo pub è molto più grande (e illuminato).

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L’ingresso e l’insegna esterna sono trionfali: si ha l’impressione di entrare in un imponente hotel. Più che grande, mastodontica la sala interna, dove fin da subito noto ciò per il quale sono venuto qui: il Cellar Bar. Le enormi botti di legno che giacciono sopra il bancone e dalle quali è direttamente servita la birra. Anche qui il segno dell’industriale si fa notare – del resto stiamo parlando di un locale posseduto dalla Samuel Smith. Mi sono lanciato su una Organic Wheat di Titanic. Ben fatta, con tutti gli elementi al punto giusto, ma eseguita così bene da risultare un esercizio di stile piuttosto che una bevuta capace di instillare emozioni.

Adesso è davvero finita. Per ora, vorrei aggiungere. Perché non solo non ho visitato tutti i birrifici del beer mile ma ne ho anche un altro che mi aspetta. Chissà che nel frattempo, a Londra, non ne apra qualche altro. Col fermento che c’è da quelle parti non sarebbe una cosa così strana.

Hai anche tu compiuto il tuo beer mile? quali dei suddetti birrifici hai visitato? quale ti ha colpito di più?

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