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A caccia di birra nel Regno Unito. E non solo!

Sono stato in vacanza tra UK e Norvegia. 5 giorni, 4 città, 2 notti trascorse all’addiaccio in aeroporto. E’ stato estenuante! Ora che mi sono ripreso ti racconto com’è la birra nel Regno Unito. Con un pizzico di cibo.

Chi mi segue sui social sa già che ho speso il mio scorso fine settimana a cavallo tra Regno Unito e Norvegia. Perché? Bé, ci sono cose che debbono rimanere segrete. Ti basti sapere che nel bel mezzo della vacanza, il giorno a Oslo e la sera a Oxford, ho spento la mia 26esima candelina. Insomma, sono diventato un peletto più vecchio, savio e maturo.

Come ogni viaggio, ho approfittato dell’occasione per unire utile e dilettevole, andandomi a ritagliare qualche incontro ravvicinato con la birra artigianale locale, e col cibo vario ed eventuale. Cinque giorni in quattro diverse città: Oxford, Bristol, Oslo, Londra. Il tempo è stato tiranno – anche considerando che sono dovuto rimanere appeso agli odiosissimi orari dei mezzi pubblici – per cui ho appena avuto modo di respirare l’anima di ogni città. E’ stato comunque sufficiente affinché potessi farmene un’idea.

Oxford, Bristol e Moor Brewery, Oslo, new wave londinese, Gianmaria Ricciardi e Anna Managò. Ma andiamo per ordine.

Prima tappa: Oxford. Avevo segnato qualche tappa birraria interessante, ma è stato impossibile riuscire a mantenere fede all’itinerario. Ho però avuto conferma che quella del pub è una cultura tipicamente anglosassone. Ma se pensi che una cultura birraria di lungo trascorso significhi trattare la birra coi guanti di velluto… bé, ricrediti: in questa città ho visto far fare ai fusti di birra dei voli pindarici non indifferenti – un po’ come il trattamento di favore che gli stuart riservano ai bagagli da destinare alla stiva dell’aereo. L’unica “cosa” provata da queste parti è stata una Jude the Obscure. Mi è sembrata vagamente una Pale Ale, eccessivamente fruttata, finale erbaceo e corpo abbondantemente annacquato. Dulcis in fundo, praticamente puzzava. Non ho bevuto, ma almeno ho mangiato. Mi sono sparato un bel paninozzo presso il Gourmet Burger Kitchen.

Dopo un po’ di indecisione, complice un piacevolissimo ricordo del chorizo, mi sono lanciato sul Blazing Sombrero: carne affumicata con legno di melo, chorizo, tortillas, mayonese homemade, rucola e cipolla in salamoia. In testa un paio di peperoncini habanero, lunghi e verdissimi, infilzati nello spiedino. Ne ho mangiato uno intero, coi denti, e ha praticamente fatto il solletico al mio palato calabrese. C’è da dire che, in una scala da uno a tre, occupa il primo livello di piccantezza, per cui le vere potenzialità dell’Habanero rimangono a me ancora sconosciute.

Il giorno dopo sono andato a Bristol.

Perché mai mi sarei dovuto fare una “passeggiata” di sei ore andata e ritorno con un mezzo pubblico, se non per bere della buona birra artigianale? Così è stato. Ore 9:50, partenza. Destinazione Moor Brewery. Sapevo di trovare Stefano Bisogno, che qui da tempo opera come aiuto birraio – nonché biotecnologo e amico dei lieviti. Inoltre, durante il mio recente viaggio a Pisa, non sono state poche le volte che ho sentito menzionare il nome del birrificio. In particolare del suo deus ex machina, Justin, il birraio. Alla fine si è rivelato molto più tranquillo e mansueto di quanto mi aspettassi. Avrà pure un avambraccio tatuato, ma mica fa paura! Peccato fosse troppo impegnato a gestire le sue attività per degnarmi di qualche parola. Frenetico, iperprotettivo nei confronti del suo ambiente di lavoro, quasi quasi esagerato. Ma poi ho capito: lui è uno di quelli che alle sue birre ci tiene. Assai. Non fosse così, non si spiegherebbe perché i dipendenti sono stati abituati a ripulire con spray sanitizzante il beccuccio delle spine a ogni – e sottolineo ogni – mescita, si tratti essa di un bicchiere da 25 cl o di un growler da due litri. Una Tap Room che a regime monta 10 spine e 4 cask. Considerando una linea di circa 15 birre stabili, è quasi l’intera selezione del birrificio. Alle spine si aggiungono quattro cask. Ambiente piccolo e luminoso, completamente bianco, molto americaneggiante. L’impianto di produzione è da 20 galloni – all’incirca 30 hl, cui si affiancano 7 fermentatori da 45 hl, di cui tre sono stati aggiunti solo recentemente – a testimonianza della crescita del birrificio. Non mancano le ormai onnipresenti botti. Si tratta di cinque barili di Cider Brandy che ospitano la Old Freddy Walker, una Old Ale, dando vita ogni anno a una differente etichetta della linea Fusion. Un’altra parte delle Old Freddy Walker viene invece infustata con prugnole – una sorta di mirtillo – dando vita alla Sloe Walker.

Qui ho bevuto tre birrozze. E una mezza.

La prima è stata la So’ Hop, una (Ultra) Pale Ale da 4,1% abv. Luppolatura americana: Galaxy, e un copioso dry hopping di Citra. Naso fresco, pinoso e parzialmente resinoso, con un abbondante fruttato zuccherino (pompelmo, ananas, papaya, mango). In bocca è snella e audace, frizzante quanto basta. Corpo medio, consistenza morbida e quasi setosa, scende giù che è una bellezza, per poi tirare un calcio luppolino che colpisce a suon di pompelmo e buccia d’arancia. La seconda è stata la Dark Alliance, Coffee Stout da 4,5% abv. Le note caffettose divergono dai classici dello stile, diventando aggressive, graffianti. E la cosa mi è piaciuta un sacco! Più che il cioccolato si sentivano le fave di cacao e il cacao amaro in polvere, per intenderci. Come la So’ Hop, anche qui in bocca c’è una piacevole morbidezza, seppur un peletto più ruvida, con un bel finale nel quale il caffè porta una leggera acidità. E non è finita qui: man mano che la birra si stempera le tostature diventano più nette e secche, e al contempo emergono suggestioni di frutti rossi. E anche della leggera torba. E’ la volta della B-Moor, Stout da 6% abv. A mio parere la migliore delle tre – ringrazio Stefano per avermela suggerita. Morbida, vellutata, avvolgente e super beverina. Al naso le tostature ci sono e non ci sono. Spiccano piuttosto i frutti rossi, distesi su un goloso fiume di cioccolato al latte. Le note nere sono più evidenti in bocca, senza tuttavia penalizzare la morbidezza complessiva. Retrogusto caffettoso, di chicchi per la precisione, e di prugna. Dagli assaggi emerge – Stefano me lo confermerà – una cifra stilistica improntata a birre di facile beva, capaci di andare giù con commovente facilità, senza troppe pretese. Tuttavia, se ci stai attento, scoprirai che sotto sotto ciascuna ha un suo personalissimo tocco. E’ il leitmotiv delle session beer, semplici ma non banali. Ecco: le birre Moor ne sono un calzante esempio. E il mezzo assaggio? E’ stata la A-Moor, versione senza luppolatura a freddo della B-Moor. La mancanza di DH riduce la presenza di frutta rossa – comunque percepibile distintamente in sottofondo – lasciando ampio spazio alle tostature, ruvide e quasi rustiche.

Poi è stata la volta di Oslo. E qui ho sia bevuto che mangiato.

Ringrazio il mio omonimo – nonché coetaneo, “un’ottima annata” dice lui – Matteo Madda del blog Il Simposio della Birra, che ho scoperto cercando luoghi dove bere e mangiare bene a Oslo. Prendendo spunto dal suo itinerario, ho fatto una capatina alla Schous Bryggeri prima, e al Café Sara poi. Il primo locale sembra quasi uno dei vecchi ritrovi della Massoneria. Dopo aver percorso alcune scale, si arriva di fronte agli impianti, splendenti di rame, mentre girato l’angolo ci si trova all’interno del brewpub. Vetrate colorate, sala interamente ricoperta di mattoni, tavoli in legno scuro con candele accese, soffitta a volta e divani in pelle. Praticamente una sala delle torture – oppure, viste le candele, una sala per incontri sadomaso.

Ho provato due birre. La prima, complice l’atmosfera indiscutibilmente tedesca, è stata la Weizenbock. Gustosa, frumentosa, di spessore, con la parte maltosa bella fragrante. Qualche bollicina in più e tanta, tantissima banana. A dire la verità forse troppi esteri fruttati, visto che la banana matura vira verso il chewing gum, risultando quasi stucchevole già all’olfatto. La seconda è stata la Female Ginger. Più che zenzero ho sentito della cannella. Anch’essa molto carbonata, con un bel fruttato agrumato (arancia e mandarino) impreziosito da un tocco zesty di lime, e di pompelmo nel retrogusto. Manca della necessaria armonia, risultando nel complesso slegata.

Al Café Sara ho provato un altro paio di birre locali.

La prima è stata la Old Easter Ale del birrificio svedese Dugges. Molto poco old, visto la carbonatazione sostenuta. Bene invece per l’armonia, che dove le notte di frutti rossi sposano le tostature nere, in particolare il cioccolato al latte. Il naso è un prodigio di profumi: nocciola, carruba, cacao, orzo, mentre in bocca acidità del caffè e un leggero salmastro chiudono magistralmente l’esibizione. La seconda è una Flemish Red Ale della norvegese Haandbryggeriet. Anche qui ho trovato la parte aromatica molto ben fatta, connubio di eleganza e sensualità tipicamente femminili. C’è però una leggera invadenza del suo ingrediente di punta, la ciliegia. Una leggera ossidazione le regala note etiliche. C’è dello stantio misto all’acetico, con tanto di cuoio, stalla e sella di cavallo. In bocca sembra un succo di ciliegia, che a lungo andare si trasforma in uva spina, tanto da diventare quasi astringente. In quanto al cibo speravo in qualche piatto caratteristico a base di pesce, per scoprire invece che il cuoco era turco. E vabé, sarei andato a pranzo l’indomani – per poi trovare inesorabilmente tutti i locali chiusi a pranzo. Sono rimasto dunque a bocca asciutta? Giammai! Qualcosa di caratteristico l’ho comunque assaggiata: è il Lamb Stew, versione con agnello della corroborante Cottage/Shepherd’s Pie provata in Irlanda. Pare in Norvegia siano buone forchette, ché lo stufato è stato accompagnato da un secondo piatto “di contorno” farcito di insalata fantasia, riso, salsa yogurt e una bella baguette di pane caldo.

L’ultimo giorno mi sono lasciato travolgere da quella splendida città che è Londra.

Ma questa è un’altra storia di bevute, che merita di essere approfondita con calma. Ti anticipo solo che, quando si parla di birra nel Regno Unito, e soprattutto di new wave birraria londinese, è perché da quelle parti la sanno lunga. Sei già stato in questi posti? e le birre, le hai provate?

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