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Viaggi birrari: Napoli, un paradiso pericolosamente saporito

E’ diventato il leitmotiv dei miei viaggi birrari: unire utile (birra) e dilettevole (sempre birra), per la gioia del mio pancino. A Napoli ho incontrato la tradizione gastronomica partenopea. E anche la birra artigianale, ovviamente.

Neanche il tempo di arrivare alla stazione di Napoli che ero già in direzione de La Notizia. Si tratta di una famosa pizzeria napoletana, specializzata nella preparazione di pizza gourmet con eccellenze locali. I locali sono in realtà due, vecchio e nuovo. Stesso nome, stessa offerta, stessa location – si trovano a qualche numero civico di distanza della medesima via. L’unica differenza – fondamentale per un birrofilo – è che quello nuovo dispone di un’abbondante offerta di birre artigianali in bottiglia. Tutte esclusivamente campane. Perfetto, se non fosse stato chiuso per ferie. Vabé, “accontentiamoci” di quello vecchio.

Per riprendermi dallo shock ho chiuso un occhio sulle porzioni.

Pizza, calzone e saltimbocca. Per la pizza mi sono orientato su un classico partenopeo: salsiccia e friarielli. Praticamente la versione campana delle rape e salsiccia calabresi. Ho anche provato una spettacolare Ciropedia: una sorta di piadina fatta con la pizza, ripiena di ricotta di bufala, salsiccia, gorgonzola e pecorino. Fan-ta-sti-ca! Il calzone (o Pizza del Contadino) è invece una saporita esplosione a base di scarola riccia, formaggio pecorino, acciughe e provola di bufala. Sai qual è il suo ingrediente vincente? Le olive di Gaeta. Mai provate, ma che bontà! Salatissime invero, ma assieme ad acciughe e scarola è qualcosa di pericolosamente vicino a un orgasmo gastronomico.

Dulcis in fundo – letteralmente – un bel saltimbocca farcito di nutella.

Qui vince il contrasto dolce-salato, per replicare il quale non hai però bisogno di scomodarti ad arrivare fino a Napoli. Il mio consiglio? Se ti vuoi fare “male” prova la Ciropedia: la sua capacità di saziarti è direttamente proporzionale alla sua bontà. Se invece vuoi qualcosa di buono, senza tornare a casa con un macigno al posto dell’intestino, vai sulla classica pizza. Anche il Calzone è un must, purché lo accompagni con qualcosa che possa placare la sete – e qui ci sarebbe un potenziale d’abbinamento birrario interessante.

Poi è stata la volta del Birrificio Okorei.

Una scoperta: il birrificio, erroneamente classificato su Microbirrifici.org come brewpub – anche se è quella la sua anima – è qualcosa di molto simile a un circolo sociale ricreativo. Okorei nasce recentemente, a Luglio 2014, dall’idea di cinque soci: Alberto (il birraio), Francesco, Andrea, Emanuele e Luca (già titolare del Bir sciò beershop). Un meltin pot di generazioni, caratteri e interessi, che rende l’identità umana del birrificio molto interessante. L’impianto è un parmense Steel Food da 5 hl, affiancato da 3 maturatori, il cui vantaggio principale sembra essere il quadro di collegamento che rende possibile l’igienizzazione di tutte le sue componenti.

L’idea c’era da tempo, ma è sempre rimasta allo stato embrionale.

Era il 2000, ci si dedicava già all’homebrewing, ma il mondo della produzione sembrava una chimera, quando sul mercato partenopeo c’era solo Maltovivo. Più recentemente, l’esplosione del mercato da una parte, la maturazione dei soci dall’altra, li hanno convinti a fare il salto.

La storia che ha dato i natali al birrificio è semplicemente stupenda.

Si tratta di una rivisitazione – con annessi adattamenti a fumetti – di una favola nord europea: Okorei è uno spiritello dispettoso che si diverte a depredare di birra i birrifici, e inacidire quelle che non riesce a prelevare L’unico sistema che consente di evitare queste sgradite visite è mettere un gatto a guardia dei locali di produzione. La scelta del colore nero è perché al birrificio non sono superstiziosi – ma ammettono di conservare per ogni cotta una bottiglia di birra per ciascun socio.

Molto bello il progetto grafico della Ipop-b.

Il nome è acronimo di International Popular Group ed elogio alla musica degli Area – e a quel dannato genio della voce di Demetrio. L’idea è quella di sdoganare il concetto di birra artigianale come di un prodotto elitario, di una bomboniera. In che modo? Attraverso ben 7 etichette, ciascuna delle quali dedicata a una diversa figura popolare. Ma anche attraverso il territorio, che è vivo nelle intenzioni culinarie: la birra si dichiara spudoratamente matchabile con lo street food locale. E’ per questo che nel corso della visita le birre sono state appoggiare a un sontuoso banchetto fatto di prodotti caratteristici: favolosi taralli con cicoli (pezzi di grasso esausti, bruciacchiati e strafritti), mandorle e pepe, e la classica torta napoletana farcita con scarola e uvetta.

Quattro le birre assaggiate.

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Beermana (Wit), iPop-b (Belgian Pale Ale), Amarilla (IPA) e Tramalti (Scotch Ale). La Wit è abbastanza profumata, mentre ci avrei voluto sentire un po’ più di frumento sotto i denti. Molto buona la iPop-b, che pur in fase di assestamento mostra già un sapiente lavoro di lieviti, che “sporcano” e offrono un piacevole apporto rustico. Amarilla è una birra monomalto – prodotto dall’Italmalt/Agroalimentare Sud di Melfi – e monoluppolo (Cascade), che si contrappone concettualmente alla Tramalti, brassata con 7 malti diversi. La prima l’ho assaggiata ancora giovane (appena due settimane di maturazione), per cui non ancora al top. Fermandomi a questo assaggio posso dire che le manca quel non-so-che capace di renderla interessante. Più strutturata la Scotch Ale, che grazie al parterre di malti impiegati offre un bouquet gustativo andante con brio tra note bakery (da forno), caramellate e tostate, senza disdegnare un po’ di frutta rossa. Ottima capacità di beva, nonostante la gradazione alcolica (7% abv) comunque non esile. Meno bene per la mancanza di una decisa botta alcolica, che personalmente mi aspetterei più evidente da una Scotch, mentre qui è appena un tiepido calore. Il mio parere è che il birrificio – e anche loro lo ammettono – debba ancora trovare la sua personale identità. Il che si traduce in birre con poco carattere. Facilissime da bere, è vero, ma qui la semplicità è ancora distante dal concetto di “semplice ma non banale” tipico delle session beer. Ci vuole un pizzico di personalizzazione, che potrebbe anche arrivare col rodaggio degli impianti e l’assestamento delle ricette.

Mangiare, bere, e ancora mangiare.

Sono andato da Cucchiarè. Si tratta di un pub che affianca il già notevole menù cibo a una selezione birraria non indifferente. C’è pane liquido da tutto il mondo, anche italiano. Qualche bottiglia di Karma, Geco e Birrificio di Parma – fisicamente assente Birranova – mentre alla spina ci stava la Tipopils del Birrificio Italiano. Per il resto tanto USA, ma soprattutto un occhio di riguardo alle birre muscolose – ad alta gradazione. Una cosa che mi ha fatto un po’ storcere il naso.

La cucina esalta il classico del pub e lo rende simile a una trattoria per camionisti.

Che tu prenda un hamburger o piuttosto un piatto completo, dovrai impegnarti a mandare giù tutta quell’abbondanza. Ho provato dell’ottima moussaka (sformato di patate greco), servita bollente – in terrina di coccio altrettanto bollente – e impreziosita da una squisita e delicatissima besciamella. Ho invece avidamente divorato un pollo, intero, servito con abbondante contorno di patate al pepe e panpizza. Appagante, ma ho provato di meglio. Parzialmente vincente il matching birrario con la Tzara di Thornbridge. Lo stile dovrebbe essere quello a me ancora sconosciuto delle Koelsch di Colonia. Bassa gradazione, poche bollicine, corpo watery e mouthfeel setoso. Spenta di aroma, compensa con un gustoso bouquet di pane misto a cereali e miele. L’abbinamento è solo parzialmente vincente: appiana il sapore del piatto e lo equivale in intensità, ma risulta incapace di esaltare le note speziate delle patate al pepe.

Non sono state poche le note dolenti.

Prezzi alti, conoscenza della birra opinabile – ho chiesto una Cantillon e mi hanno portato tutt’altro – carta delle birre che non aggiunge niente di più rispetto a quanto visto e bevuto altrove.

Insomma, hai capito come funzionano questi viaggi birrari? Se capiti da queste parti di’ pure addio alla tua dieta: è il regno dell’opulenza. Ma ne vale la pena. Eccome se ne vale! Conoscevi già questi locali? hai provato qualcosa di buono? le birre le hai bevute?

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