justin hawke moor brewery

Justin Hawke: Moor Beer Company

Justin Hawke è birraio di Moor Beer. Una vera testa di luppolo il cui cuore batte per l’Italia.

Ricordo bene il mio primo incontro con Justin Hawke. Devo ammetterlo: è stato una delusione. Sarà stato il mio inglese maccheronico, la mia aria da beer nerd (con tanto di fotocamera al seguito) o più semplicemente la gran confusione che anticipava la prossima festa. Fatto sta che durante la mia visita alla Moor Beer Company Justin Hawke è stato di poche parole.

Le aspettative erano alte: mi era stato descritto come un tipetto tutto pepe, decisamente fuori di zucca. Una vera testa di luppolo, insomma. E invece si è rivelato abbastanza bonario, oserei dire spaventato dalla mia presenza. Mi ero ripromesso di concedergli una seconda chance. Oggi è finalmente giunto il momento.

Gli ho chiesto un’intervista senza grandi speranze e lui, quasi a sfottò, mi ha spiazzato. Sono rimasto basito: questo birraio ha trasuda passione da ogni poro. Sarà la stessa impressione che faccio io quando rompo la routine del birrificio di turno riempiendo il birraio con un sacco di domande strampalate? Mi piace pensare che sia così. Ma bando alle ciance. Oggi il protagonista è Justin Hawke. La sua stella polare è il luppolo e questi lo sta conducendo lontano, sulla bocca di tanti, molti dei quali italiani.  Mettiti comodo ché l’intervista sta per cominciare. Preparati, rimarrai stupito!

Ciao Justin. E’ un piacere poterti averti su Birramoriamoci. Non ti preoccupare: non ho cattive intenzioni. Non ti chiederò ricette o tecniche segrete. Ma di una cosa sono molto curioso: cosa ti ha portato ad abbracciare il lato artigianale della birra?

E’ stato mio padre a trasmettermi la passione per la birra quando ero ancora molto giovane. Eravamo a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 in quel di Los Angeles. Anchor non era ancora stato salvato da Fritz Maytag e Sierra Nevada era appena nato. In giro c’era qualche prodotto importato da Inghilterra, Germania e Belgio, ma bisognava andarselo a cercare col lanternino.

Un bel giorno ha messo le mani sulla prima Guida Tascabile alla Birra di Michael Jackson (ce l’ho ancora!). Fu allora che mio padre iniziò la sua caccia alla birra e me ne ha reso partecipe. A quei tempi viaggiava spesso in Inghilterra per lavoro e ha iniziato a interessarsi alle Real Ale e ai pub inglesi. Sono stato molto fortunato: ho iniziato a viaggiare con lui dall’età di 13 anni. Fu così che mi innamorai di pub e castelli. E’ stata la genesi della mia anglofilia e la ragione del mio successivo ritorno in Inghilterra.

In Germania ho lavorato e vissuto per due anni. Dopodiché ho viaggiato in lungo e in largo per l’Europa alla ricerca di birra: dalle coste del Belgio alla Germania fino alla Repubblica Ceca. E’ stato educativo e divertente. Assaggiare le birre è una cosa, ma immergersi nella cultura birraria locale ti insegna veramente cos’è la birra. Dalla Germania alla California in durante l’esplosione dei microbirrifici. Lì mi sono innamorato dei luppoli e delle IPA. Ecco perché, quando sono tornato in Inghilterra, ho fuso l’amore per le Real Ale, la tradizione tedesca e la forte luppolatura californiana. E’ così che ho creato la mia cifra stilistica.

Le tue birre hanno vinto numerosi premi ed è stato spesso merito del massiccio impiego di luppoli. Eppure la birre di bandiera rimane un classico: Raw, una Best Bitter. Come fai a trovare il punto di equilibrio tra tradizione e innovazione?

La fama per l’impiego di luppoli è semplicemente dovuta al caso: quando ho iniziato a fare la birra in Inghilterra non c’era nessun altro che produceva birre straluppolate. Perlomeno non secondo l’interpretazione moderna. Potevano semmai aver sentito parlare del Cascade e averlo utilizzato per le loro birre ma sempre in maniera tradizionale, che di fatto non lasciava il segno.

Prima di lanciare Revival avevo un sacco di dubbi. “E’ troppo per una birra”, le persone avrebbero potuto dire. Ero ancora molto distante dal lanciare birre come Imperial Pale Ale, JJJ, IPA e Hoppiness. E’ vero che queste birra hanno vinto un sacco di premi ma rimane il fatto che avrei avuto difficoltà a venderle. Per fortuna, a differenza del pubblico inglese, gli altri Paesi hanno apprezzato ed è per questo che abbiamo iniziato a esportare molto presto.

La mia tendenza all’impiego massiccio di luppoli mi è valso l’ingresso privilegiato nell’ambiente della ricerca. Sono stato invitato a lavorare allo sviluppo di nuove varietà che potessero soddisfare le esigenze del consumatore moderno. Il primo frutto di questo lavoro è stato il Jester, che porto stretto al mio cuore. E’ un luppolo veramente complesso, con profumi di melone affiancati da note citriche, tropicali e una leggera terrosità. Ha un carattere unico.

Gli stili classici anglosassoni, belgi, tedeschi e cechi sono sopravvissuti solo ed esclusivamente perché sono dissetanti e facili da bere. In passato questi stili erano una scelta forzata, non essendo possibile trovare altro da bere. Ricordo che quando arrivai in Inghilterra non c’erano altro che Bitter. Amo questo stile ma ogni tanto è bello assaggiare qualcosa di diverso. E’ per questo che ho deciso di prendere il meglio degli stili tradizionali e dare loro una rinfrescata, adattandoli  ai palati del 21esimo secolo.

Equilibrio, godimento e beverinità sono le mie prerogative ma senza sottovalutare una certa pienezza organolettica. Non condivido l’ossessione per la birra all’ultima moda che nuovi birrifici e consumatori stanno seguendo. La maggior parte di queste birre sono poco godibili e certamente molto poco beverine. Magari ti fai un bicchiere ma in molti casi anche quello è troppo. La birra è fatta per essere bevuta e non per essere collezionata.

In questo momento è in corso un’inutile battaglia tra birrifici tradizionali e moderni – le persone paragonano le “noiose Bitter” (espressione normalmente associata al CAMRA) e la “birra artigianale”. Noi ci troviamo esattamente in mezzo, in quelle che chiamiamo Real Ale Moderne: birre non filtrate, rifermentate, ricche ma sempre e comunque pericolosamente beverine.

Ci sono una caterva di cose che vorrei chiedere a un birraio al nostro primo incontro. Ma in questo momento c’è solo un grande, enorme pallino che mi frulla nella testa: perché Justin Hawke ha la fissa per Guerre Stellari?

Faccio parte della generazione Guerre Stellari. Ha determinato l’imprinting per molti di noi – immaginazione, storia, filosofia. Alcuni di noi non sono mai cresciuti! Io, per esempio, amo ancora Guerre Stellari come il primo giorno e siccome mi regala sempre grandi emozioni, gioia e positività ho deciso di associarlo ad alcune delle nostre birre.

Dalla tua concentrazione viene la tua realtà. La tua tecnica è unica e rappresenta la fusione delle tradizioni anglosassoni, americane e tedesche, eredità del tuo passato. Per il futuro quale strada immagini di percorrere?

Per certi versi il futuro di Moor è il suo passato! Quello che facciamo è provare continuamente a perfezionarci. Ci focalizziamo molto su cura dei dettagli e qualità. Abbiamo appena investito nel nostro laboratorio e continueremo a crescere su questo fronte, più di quanto altri birrifici delle nostre stesse dimensioni facciano.

Le nostre birre sono spesso e volentieri frutto del lavoro manuale. Il nostro impianto non è automatizzato e utilizziamo prevalentemente cereali maltati per terra. Questo determina un livello di variabilità non indifferente. Nessuna delle nostre birre o ricette è definitiva. Facciamo sempre piccoli aggiustamenti, impercettibili da una cotta all’altra, ma evidenti confrontando le birre a un anno di distanza.

Esistono birre e tecniche per le quali ho una certa passione e che voglio sperimentare in birrificio. Ho già iniziato a renderli più in stile Moor. Ma non vogliamo fare le cose di fretta. Non mi interessano la corsa all’espansione, ai luppoli o alle birre modaiole. Noi facciamo le cose quando e come voglio io. E’ il bello di essere un’attività a carattere familiare.

E’ stata dura giungere ma l’assenza di investitori esterni mi ha consentito di rendere conto solo a me stesso, ai miei dipendenti, ai nostri fornitori e consumatori. A volte siamo riusciti nell’impresa. Altre volte siamo arrivati troppo tardi per partecipare ai giochi. Di certo se decidiamo di fare qualcosa la facciamo come si deve. E’ questa la filosofia Moor.

Se la mia impressione non è errata ho notato che esiste un forte legame tra Justin Hawke e l’Italia, soprattutto quando si tratta di birre acide. Cosa c’è di sotto?

La mia connessione con l’Italia è frutto di una felice coincidenza. Siamo stati uno dei primi birrifici a esportare in Italia, dove le nostre birre piacevano parecchio. Da allora ho trascorso un sacco di tempo in Italia e ho costruito una salda relazione con molte persone, alcune delle quali sono più famiglia che amici (senza contare che li vedo più spesso della mia stessa famiglia!).

Sono infinitamente grado per la mia famiglia italiana e a tutto l’aiuto che mi ha dato, così come il suo amore per la nostra birra. Mi sono fatto dei tatuaggi per testimoniarlo, ho prodotto birre speciali e organizzato una caterva di eventi – il più grande dei quali è stato la terza edizione del Be Moor Arrogant.

Fare o non fare. Non c’è provare. Ho iniziato da poco a studiare i luppoli e le loro varietà. Per questo quando ho sentito del progetto della Charles Faram mi sono illuminato. Ci spieghi in cosa consiste?

E’ iniziato tutto con il padre del luppolo, Peter Glendinning, la sua fattoria e i suoi innesti. Sono più di 1000 le varietà che pianta a mano ogni anno. Lavoro duro e una fattoria assolutamente da visitare! Una volta cresciute le piante, le seleziona in funzione delle loro proprietà agrarie – devono essere in salute e abbondanti. Una volta selezionate le varietà migliori si passa all’analisi sensoriale a intervalli prestabiliti durante l’anno, per capire se il luppolo possiede le caratteristiche desiderate e come queste cambiano nel tempo. Solo una piccola parte verrà successivamente piantata e solo sola (o comunque poche) prodotta in larga scala.

L’intero processo impiega diversi anni ma è sicuramente meno dei 10 e più anni che erano necessari in passato. Siamo in grado di introdurre sul mercato nuove varietà più velocemente che in passato ma con un maggiore rischio. Il rischio maggiore è che i birrifici possano smettere di utilizzare il nuovo luppolo nel lungo termine. Birrai e consumatori sono lunatici e sempre alla ricerca di qualcosa di diverso. Coltivare una nuova varietà è un processo costoso e richiede diversi anni prima che la produzione raggiunga il pieno regime. Per esempio abbiamo notato un incremento esponenziale nella qualità del Jester solo al terzo anno. E’ per questo che i coltivatori hanno bisogno di garanzie da parte dei birrai sull’impiego dei nuovi luppoli. Per fortuna il Jester è stato un successo. E sono in programma nuove varietà da lui derivate.

Sempre in movimento il futuro è. Cosa bolle in pentola?

Il nome Moor è associato alle nostre birre di bandiera (Nor’Hop e Hoppiness) ma in questo momento stiamo producendo più di 30 birre. Probabilmente di più considerando le birre collaborative. Amiamo la sessionabilità e spesso ci divertiamo a smontare gli stili più tosti per trasformarli in versioni leggere, come la nostra Black IPA (Illusion). Le persone ci chiedono come facciamo a produrre birre così ricche e così poco alcoliche. Considerando il numero di birre prodotte è una grande sfida, soprattutto quando facciamo una nuova birra e ci chiedo di rifarla.

La birra sulla quale scommetterei quest’anno è PMA – Pale Modern Ale, dedicata a chi possiede una Attitudine Mentale Positiva. E’ una birra che avevamo in mente da tanto tempo, anni. 5.3% abv, ricca e beverina. Oltre a essere una birra eccezionale è stata prodotta in collaborazione con la charity Hardcore Hits Cancer per aiutare la raccolta fondi contro il cancro. E’ stata anche l’occasione per divertirsi organizzando eventi in tutto il mondo. E’ stata così apprezzata che non abbiamo avuto dubbi nell’includerla nel nostro core range. Ovviamente speriamo che faccia del bene.

Ho già fatto un po’ di collaborazioni quest’anno e altre sono in arrivo. Ho prodotto la mia prima Lager (Sechs Moor Minutes con Lambrate) e la mia prima Fruit IPA (Juicy Jones con Guineu). Abbiamo appena lanciato due birre ispirate all’universo di Guerre Stellari in concomitanza con il lancio del settimo episodio: Guardian of Peace (7% IPA che celebra il lato buono della Forza) e Agent of Evil (7% Black IPA che ne celebra il lato oscuro). Altre versioni verranno rilasciate se e quando dovessero essere annunciati nuovi film o eventi della Saga.

Domanda jolly: qual è il tuo luppolo preferito e perché?

Oltre al Jester ho un’ossessione per il Citra. C’è qualcosa nelle sue potenti note di pompelmo rosa e nella sua dolcezza oleosa che mi fa sentire bene.

Domanda bonus: qual è il tuo birrificio/birraio italiano preferito e perché?

La scena birraria italiana è letteralmente esplosa. Ci sono troppi birrifici che posso menzionare e sono sicuro di dimenticare alcuni tra i più importanti ma i primi tre che mi vengono in mente sono Dada, Lambrate e LoverBeer. Con Dada ho fatto la mia prima collabrewation ed Enrico è come un fratello acquisito per me. Amo la sua creatività e il suo estro.

Lambrate ha vinto il titolo di birraio dell’anno, per cui è un nome ovvio a tutti. Ma non considero premi e riconoscimenti. Amo Giampa, il suo team, le sue birre e il suo pub. La mia impressione deve essere condivisa da tanti visto il successo del 20esimo anniversario.

Chi non conosce Valter Loverier e le sue fantastiche birre deve assolutamente farlo. Non bevo vino ma i suoi ibridi tra vino e birra sono state una rivelazione quando le ho provate. Sua moglie è incredibile e assieme guidano un birrificio “immacolato”. E poi ci sono Riccardo di Montegioco, Bruno di Toccalmatto, Agostino delBirrificio Italiano, Marco di Hammer…

Ma non solo birrai: l’Italia ha tra i migliori publican del mondo. Gli italiano sanno come unire mangiare, bere e gioia di vivere. Ho il nome Moor Arrogant tatuato sul braccio e mio fratello Alessandro Belli ha contribuito in maniera determinante al successo di questo festival così come a quello del Sour Festival. A Bologna Francesco Oppido di Ranzani 13 è il Maestro della Pizza, la migliore nella galassia (e per abbinamenti birrari). A Milano c’è la Santa Trinità composta da Giampa del Lambrate, Nino e Sara del Lambiczoon e Ivano al La Belle Alliance. E certamente non si può fare a meno di menzionare Roma, Manuele Colonna e il Ma Che.

Assieme a loro ci sono grandissime persone che ringrazio per l’eccezionale lavoro. Avrò nuovamente dimenticato qualcuno e chiedo scusa. Di certo sei fortunato a trovarti in mezzo a una scena così sorprendente. Tutto questo parlare mi ha fatto venire voglia di tornare in Italia!

Avevano ragione: Justin Hawke è veramente fuori di testa! Ed è bello sapere che a renderlo così scapestrato è anche il fermento italiano, i suoi protagonisti e le sue fantastiche birre.

Conoscevi Justin Hawke? cosa ne pensi della Moor Beer?

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