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Jacopo Mazzeo: della birra dituttounpo’

Jacopo Mazzeo è un italiano DOC ma il suo quartier generale è in Inghilterra. Il suo mestiere? La birra!

Ho conosciuto Jacopo Mazzeo per caso. Stavo navigando tra le pagine della British Guild of Beer Writers. All’improvviso mi imbatto in nomi palesemente italiani. Jacopo Mazzeo è uno di questi. Il suo è un curriculum pregevole: laurea italiana e dottorato inglese fanno da cornice a una carriera da professionista della comunicazione applicata alla birra artigianale. E’ giudice internazionale, degustatore professionista e scrittore. Non solo. Per Jacopo la birra è senza frontiere ed è per questo che opera anche come consulente per l’analisi di mercato, attività volgarmente chiamata Marketing. Non potevo lasciarmi sfuggire un’occasione così ghiotta ed ecco perché ho deciso di intervistarlo. Sei curioso di sapere com’è la birra inglese vista da un italiano? Bene, seguimi!

Beer sommelier, giudice e consulente birrario, scrittore freelance, viaggiatore e foodie. Quale di questi “ruoli” ti rappresenta meglio? ma soprattutto: quanti Jacopo Mazzeo coesistono per fare tutte queste cose?

Il ruolo che mi rappresenta meglio è sicuramente quello del beer sommelier, perché è da lì che sono partito per sviluppare la mia attuale professione di consulente birrario. Ovviamente il mio lavoro non si limita alla degustazione delle birre ed è anzi molto vario. La mia è una professione abbastanza nuova e ci sono veramente pochissime persone al mondo che si definiscano consulenti birrari. Forse a me piace proprio perché è così varia, in armonia con molte delle mie passioni come il viaggio, il cibo, la socializzazione.

Hai conseguito il dottorato in Inghilterra, dove hai potuto conoscere da vicino il mondo della birra artigianale locale. Deve esserti piaciuto al punto da decidere di trasferirti lì. Qual è, dal tuo punto di vista, la principale differenza tra l’attuale situazione birraria italiana e quella anglosassone?

Il mercato britannico della birra è molto diverso da quello italiano e il motivo principale di ciò risiede nella lunga tradizione brassicola di questo paese. L’accezione italiana di “birra artigianale” non trova una vera e propria traduzione in Gran Bretagna. Il termine “craft beer” si avvicina ma viene associato con contesti sociali e modalità di consumo che non sempre si sposano con la nostra idea di birra artigianale. Stessa cosa vale per il termine “real ale“. Questa complessità è proprio uno dei motivi per cui sono affascinato dalla scena birraria inglese, al momento una delle più dinamiche nel mondo.

Concorsi birrari visti dall’altro lato della barricata. Alla luce dei recenti clamori in merito sul presunto pilotaggio dei voti di alcuni concorsi, cosa ti senti di dire in qualità di giudice? come può la birra industriale battere quella artigianale se il criterio di valutazione è la qualità?

Premetto che non conosco i retroscena di tutti i concorsi. Sono però certo che nella maggior parte dei casi i giudizi dei giudici vengano presi in buona fede. Almeno questa è la mia esperienza e spesso chi critica lo fa senza cognizione di causa o per paranoia complottista. L’eccesso di critiche finisce per frustrare i giudici e sviare i birrai, i quali penseranno di essere stati raggirati invece di concentrarsi sul miglioramento del prodotto. La dura verità è che il solo termine “artigianale” non è sinonimo di qualità, così come “industriale” non lo è di scadente. Ogni birra va assaggiata (alla cieca!) prima di giudicare, perché è proprio così che le birre vengono approcciate nei concorsi.

Detto ciò, è sempre meglio fidarsi solo dei concorsi che puntano sulla trasparenza. Dunque dovrebbero essere sempre all’ordine del giorno elenco degli enti finanziatori, regolamenti chiari e nomi di tutti i giudici con allegata almeno una breve descrizione delle competenze ed eventuali conflitti di interessi.

In conclusione? Il vero giudice è il consumatore. Se la birra è buona venderà, altrimenti no.

Viaggi birrari, una passione condivisa. Per me è l’occasione per scoprire sapori e odori. Cosa rappresenta il viaggio per Jacopo Mazzeo? la birra è la vera destinazione o l’inevitabile deviazione lungo il tragitto?

La passione per il viaggio mi ha accompagnato da quando ho memoria ed è cresciuta esponenzialmente nel tempo. Da più di un decennio la birra è diventata una scusa per conoscere meglio culture diverse e fare nuove amicizie. Si può viaggiare alla ricerca di birra veramente in tutto il mondo, dall’Europa all’America Centrale o al Sud-Est Asiatico, il che rende un viaggiatore accanito come me una delle persone più felici al mondo.

L’altro lato della medaglia è che a volte mi ritrovo dall’altra parte del mondo bevendo birre per così dire “globalizzate”, con gusti e aromi che potrei trovare tranquillamente nell’ammiraglia del birrificio sotto casa. Spero che nel prossimo futuro nuove e vecchie realtà birrarie riescano a sviluppare (o a riscoprire) la propria identità. L’Italia su questo ha molto da insegnare.

Abbinamenti birra-cibo. Volendo quotare Colombo, è nata prima la birra abbinata al cibo o viceversa? il gusto italiano è veramente tanto eccezionale quanto si dice?

L’abbinamento cibo-birra è una passione tutta italiana, ed è perseguita con una simile attitudine solo in Belgio e negli Stati Uniti. In altri paesi è minimale o praticamente inesistente. Basti sapere che un famoso vlogger qui in Inghilterra sforna ripetutamente video di abbinamenti birra-patatine in bustina. E ho detto tutto. La nostra passione e competenza culinaria è uno dei motivi per cui siamo riusciti a crearci un’identità come paese produttore di birra in soli venti anni. Su questo non abbiamo rivali al mondo.

Comunicazione alimentare. Qual è lo stato dell’arte della comunicazione di settore nel Belpaese? pensi che il made in Italy alimentare sia adeguatamente rappresentato, in italia e all’estero? da quale esperienza dovremmo prendere esempio?

Il made in Italy come brand è sicuramente in ottima forma, ma quando all’estero viene associato alla birra vale poco o niente. I motivi sono tanti, e non c’è modo di approfondirli in poche righe. Posso però dire che l’immagine della birra italiana all’estero soffre un po’ della fama del nostro vino (e su questo non lamentiamoci) e risente inoltre della tendenza italocentrica della comunicazione birraria. Su questo si può lavorare: un po’ più di “internazionalizzazione” non guasterebbe. Personalmente faccio il possibile per promuovere la birra italiana all’estero. Ma ammetto che si tratti di uno sforzo non da poco e che sia necessario uno sforzo collettivo.

Un altro punto dolente è la professionalità. Con rare eccezioni (eccellenti), chi fa informazione di settore per il grande pubblico manca delle competenze di base, mentre gli esperti di birra mancano di qualità comunicative. Questo però è normale, per una cultura birraria che ha solo vent’anni d’età.

Domanda jolly: qual è il tuo luppolo preferito e perché?

Il luppolo migliore è quello locale. Sono convinto che l’uso di luppoli “del territorio” sia un trend destinato a crescere. Questo aiuterà a promuovere la diversità tra le scene birrarie nazionali. In Italia siamo sicuramente sulla buona strada; Regno Unito e Belgio stanno da qualche anno riscoprendo il valore dei loro luppoli.

Jacopo Mazzeo ha detto una cosa sacrosanta: in vent’anni la birra artigianale italiana ha conquistato i palati di tutto il mondo. Dobbiamo esserne orgogliosi. E stimolati: la vera consacrazione mondiale è ancora lontana.

Conoscevi Jacopo Mazzeo? cosa ne pensi delle sue parole?

1 Commento

  1. Stefano Moscatelli

    Conoscevo Jacopo solo di nome, ma credo che adesso lo seguirò con più attenzione proprio per la lucida onestà delle sue osservazioni.

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