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La birra è una malattia? Ci pensa il Birrificio La Casa di Cura!

Potrebbe capitarvi che un ricovero presso il Birrificio La Casa di Cura si trasformi nell’occasione utile per assumere trasfusioni di birra. Che, diciamolo, è un po’ il nostro perverso e fermentante sogno segreto.

 E’ proprio il caso di dirlo: non tutto il male vien per nuocere! Da qualche giorno balzava ripetutamente agli occhi un nome strano, inusuale, accompagnato da etichette birrarie che belle è dire poco. Sto parlando del Birrificio La Casa di Cura (Farmacopea ad uso degli speziali e medici moderni d’Italia) di Crognaleto (TE), del quale ho avuto il piacere di conoscere Alfredo – socio e birraio tutto d’un pezzo. A lui si affiancano, in qualità di “primari” del reparto di Analisi Strumentale al luppolo e al lievito, Loreto e Tonino, mentre nel reparto di Medicina e Chirurgia Birraria trova posto Luigi Recchiuti, che i BIRRAmorati più rodati assoceranno al Birrificio Opperbacco.

Il sito internet del birrificio è avaro di informazioni. Sappiate che l’ennesima avventura – a due passi da Roma – inizia nel 2013, e in pochissimo tempo fa già parlare molto bene di sé. Perfino qui in Calabria si vede qualche bottiglia – di certo c’è lo zampino di Opperbacco! Ma veniamo al succo, anzi, al mosto del discorso: le splendide etichette birrarie.

Attualmente sono due le birre in produzione stabile (Flebo e TSO), cui si sono più recentemente aggiunte TAC e Peacemaker. La prima è una collaboration brew prodotta assieme al pub capitolino Birra+, mentre la seconda è prodotta per la beer firm – anch’essa romana – Buskers, che della grafica e delle etichette birrarie è vera maestra – ma questa è un’altra storia, della quale spero presto di parlarvi. E’ tempo di indossare le camice di forza, ché all’interno del Birrificio La Casa di Cura si rischia di diventare pazzi. Certo, pazzi per la birra!

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 Partiamo con una bella dose di Flebo per endovena. Mai nome poteva essere più azzeccato per una birra – che già di per sé gode di eccezionali proprietà salutari – da bere a secchiate! Corpo snello da fare invidia a una Miss, racchiuso in “soli” 4,3 gradi alcolici, e una beverinità pazzesca, contro la quale non esiste soluzione, se non quella di arrendersi a essa. Si tratta di una Brown Ale d’ispirazione anglosassone, prodotta con l’aggiunta di avena e luppoli made in England. Perfetta contro ogni patologia, con un solo difetto: provoca assuefazione!

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La seconda nata è la TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), una birra che il nostro beneamato guru della birra artigianale italiana, Kuaska, potrebbe riportare a titolo di esempio per la sua celebre espressione «non esiste la birra, esistono le birre». Esatto, perché la TSO è una ricetta dinamica, in evoluzione costante, prodotta con ingredienti sempre nuovi: di base è una IPA (India Pale Ale, 7% abv e 45 IBU), rigorosamente monoluppolo e monospezia. Ecco allora che abbiamo una prima versione con Citra/Cedrina;  fanno seguito Chinook/Aghi di abete Douglas,  Mosaic/Mele rosa, Simcoe e ginepro, Cascade e finger lime, Columbus e assenzio, Cascade e Melissa Officinalis. A breve il lotto a base di Galaxy/lamponi e Amarillo/ribes bianco e rosso.

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E arriviamo alle buone prossime nuove, le medicine antistress che trovate in forma liquida presso il vostro pub di fiducia – usufruibili senza impegnativa medica. La prima è la TAC , una Saison da 5,5% abv, della quale esistono due versioni: la TAC+ (con dry hopping) distribuita presso il pub Birra+ e qualche altro pub selezionato, e la TAC (senza dry hopping), prodotta e distribuita direttamente dal birrificio. Si sa, esistono mali profondi e radicati che la TAC non è in grado, da sola, di evidenziare. Ecco perché il birrificio, che ci tiene a soddisfare il bisogno di salute della collettività, ha intenzione di produrre una versione speciale: la TAC che utilizzerà come “contrasto” diversi frutti di bosco locali, quali lamponi, ribes e fragoline. Una ghiotta idea, che fuga qualsiasi paura di contaminazione da radiazioni.

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Infine la Peacemaker. L’etichetta è inconfondibile: tratto del disegno e presenza di figure in chiave fantasy sono la firma dell’artista spagnolo Felideus. Una Scotch Ale muscolosa e, a suo modo, fuori di testa: enfasi sulle note maltate (caramello e tostato), sia al naso che in bocca, incorniciate dall’amarognolo del luppolo e da un’intrigante venatura di torba.

Insomma, quelle del Birrificio La Casa di Cura sono delle vere birre “da ricovero” per le quali – alla faccia del paradosso – avrete piacere di cadere malati per farvi ricoverare. La birra come panacea, la cura contro tutti i mali possibili e immaginabili. Suona bene, nevvero?

Conoscete il Birrificio La Casa di Cura? quali birre avete provato? quale etichetta preferite? Ah, vi lascio con una chicca. A buon intenditor…

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  • Ma grazie Matteo! Splendido articolo!

  • Con etichette di un certo livello, è il minimo! 😉

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