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Birra in Irlanda e cazzi e mazzi. Cosa ho bevuto, parte seconda

Altro giro, altra corsa. Continua il tour alla scoperta della birra in Irlanda. Siamo a metà strada, ma è qui che inizia il bello. Perché la birra artigianale si nasconde negli angoli più remoti. Oggi tocca alla seconda parte.

Ieri ho scritto di tutto il pane liquido che ho ingerito nel corso della prima metà del viaggio. Riprendiamo il racconto da dove eravamo rimasti, ed esattamente dalla strada per la ridente cittadina portuale di Galway.

Salt House, in assoluto il più bel locale visitato nell’arco del viaggio.

Metti l’abbondante selezione di birre. Metti che seduto al bancone ho iniziato a conversare come uno del luogo. Metti ancora che mentre parlavo alle mie spalle hanno iniziato di punto in bianco a suonare blues. E’ stata una serata spet-ta-co-la-re! Sono partito dalla Heaten, la Black Berliner Weisse della Galway Bay Brewery, uno spettacolo di birra racchiuso in appena 3 gradi alcolemici. A detta di qualcuno sapeva di uva fragola. A me è sembrata una buona combinazione tra l’aceto di mele e il succo di frutta rossa. Il tutto affiancato da gradevoli note legnose, con un principio di acidità lattica. Più black nel retrogusto, che vira dal tostato al caffè in chicchi. Poi è stata la volta dell’unica birra a pompa, la KPA (Kinsale Pale Ale) della Blacks of Kinsale, versione dry hopped cask special. Molto americana, un po’ ruffiana, però  iddio quant’era buona. Un birrificio del quale non ho avuto modo di bere altro, ma che mi ha lasciato molto incuriosito.

Penultima tappa: Moate. Goodbye fegato, ti ho voluto bene!

Lasciando da parte Letterfrack, dove sono arrivato in piena notte dopo terrificanti incontri notturni con pecore lungo la strada e oltre 5 ore di macchina alle spalle, sono alfin giunto nella portuale cittadina di Galway. Rimando a domani il racconto dei due birrifici visitati, e passo subito la pinta alla modesta cittadina di Moate, sulla strada verso Dublino. Non che non l’avessi capito, ma il mio ritmo di beva non può neanche minimamente eguagliare quello di un irlandese incallito.
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Il “soggettone” che mi ha aiutato a comprendere tale inaccorciabile gap è stato il buon Simon Broderick, appassionato cultore della birra artigianale e blogger tematico irlandese. Mi ha ospitato a casa sua, e abbiamo iniziato a berne delle belle: a cena un assaggio di Metalman Pale Ale in lattina – tra l’altro dovrebbe essere l’unico birrificio a utilizzare la latta – e di St. Mel’s Helles Lager.

Poi è stata la volta di un paio di pub. Prima tappa quello che con mia sorpresa è un pub storico: P.Egan. Paul, il publican, ci ha spiegato che in passato ha ospitato artisti della scena musicale internazionale del calibro di REM, Paolo Nutini e Snow Patrol – dei quali possiede l’album autografato.

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Ci abbiamo dato dentro con una Rì Pale Ale della Bru Brewery, un sorso di Smithwick’s Blonde, mielosissima, per poi passare a un assaggio di Mickey Finn’s butterscotch, liquore al butterscotch (caramella al burro tipicamente inglese) con aggiunta di Baileys. Sublime! Grazie mille Paul.

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Appena pochi passi a piedi e siamo finiti nell’altro pub di Moate, il Don’s. E qui giù di assaggi vari ed eventuali, con particolare predilezione della Bo Bristle, altro birrificio locale, del quale ho conosciuto Dave, il birraio, venuto in visita a casa di Simon. Abbiamo provato tutt’e tre le birre in gamma, alle quali si sono aggiunte una Amber Ale della Blacks of Kinsale.

Della visita alla Guinness, invece, racconterò più nel dettaglio nella giornata di domani.

Ultimo giorno, si torna al punto di partenza: Dublino.

Le mie stanche membra si appoggiano faticosamente ai sedili del 57 The Headline, uno dei locali più forniti della capitale: bancone da 30 spine, con diversi fusti a rotazione. Avrei voluto provare la Milk Chocolate Stout suggeritami da Dave il giorno precedente, ma purtroppo era terminata. Poco male. Ho ripiegato su un assaggio alla spina della Metalman Pale Ale, che con un tocco di brio in più – e finalmente con la giusta temperatura di servizio – diventa una birra ottima, dal finale amaro, agrumato e persistente. E ancora una Ginger Stout, che fa della speziatura la sua caratteristica saliente, con un pizzico di note piccanti che non guastano mai, e infine una Pilsner della Carrig Brewing Company. L’ennesima conferma che la bassa fermentazione nazionale è ancora lontana dal far gridare al miracolo.

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Prima di prendere la direzione dell’aeroporto, giusto per affrontare al meglio il freddo della notte, ci siamo concessi un’ultima sosta al Beerhouse. Qui mi sono concesso un assaggio della Red Ale della Tiny Rebel, birra senza infamia e senza lode, per poi passare a una decisamente più gustosa Weiss della White Gipsy, beverina e rinfrescante come non mai. Unico neo l’eccessiva accento fruttato degli esteri, che trasforma la banana matura in vero e proprio bubblegum.

Uff, anf, pant… credo di averci dato dentro a sufficienza. Considerando che non ho ancora riportato le birre bevute presso i birrifici, lascio a te giudicare se a noi italiani manca davvero l’appetito per la birra come qualcuno sostiene ;).

L’impressione è che il movimento irlandese sia sull’onda del fermento.

Riuscirà l’attuale 1% del segmento craft  ad aggredire la solidissima fetta di mercato della birra industriale irlandese? Quale direzione prenderà il movimento non è dato sapersi. A me piace pensare che saprà crescere al punto da osare, perché può raggiungere il mercato internazionale. Slàinte!

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