Birra d’abbazia e birra trappista. Quando un non stile diventa stile

Espressioni come birra trappista e birra d’abbazia sono molto conosciute da chiunque frequenti l’ambiente dei pub e dei locali birrari. Non è poi inusuale che possiate trovarle riportate sulle etichette di birre esposte sugli scaffali di un supermercato. L’errore più comune, complice un marketing spregiudicato, è quello di considerare entrambi come degli stili birrari. Ma non è così.

trappista-abbaziaDefinire una birra trappista o d’abbazia è fuorviante, in quanto ciascuna denominazione individua birre tra loro varie (e variegate), spesso riconducibili a stili differenti e tra loro molto diversi. Si tratta invece di indicazioni utilizzate per sottolineare come il prodotto abbia dovuto rispettare determinati parametri (tra l’altro non sempre particolarmente restrittivi). Il problema è che queste definizioni innescano nel consumatore un immediato richiamo all’immagine di un monastero, dei suoi monaci, ad un prodotto di qualità, ed è su quest’associazione che puntano le industrie birrarie per destare l’attenzione e promuovere i loro prodotti.

Occorre aggiungere che tra birra trappista e d’abbazia esiste una notevole differenza. Le birre trappiste, ovvero quelle che possono fregiarsi del famoso logo esagonale (Authentic Trappist Product), devono rispettare alcuni criteri abbastanza rigidi. Lo sanno bene i monaci del monastero olandese De Koningshoeven, che videro loro ritirata l’autorizzazione all’uso del marchio (poi riottenuto) dopo l’accordo stipulato con il gruppo industriale birrario Bavaria. Inoltre se le birre trappiste si contano sulle dita delle mani (sono attualmente nove), non sono così pochi i monasteri trappisti (oltre 100 sparsi nel mondo). Semplicemente, sono solo nove quelli che hanno iniziato a produrre birra a marchio trappista.

Ancora più confusione genera l’indicazione birra d’abbazia. Una birra infatti, per essere definita tale, deve semplicemente prevedere l’esistenza di un legame con il monastero o l’abbazia che inizialmente la produceva. Non sono necessariamente i monaci ad occuparsi della produzione. Anzi, quasi sempre si tratta di licenze concesse a produttori di birra per l’utilizzo del nome, del marchio e/o della ricetta originaria. Basti pensare che il famoso marchio Leffe, che si vanta di produrre “birra d’abbazia” riconducibile all’abbazia Notre Dame de Leffe in Belgio, è oggi di proprietà della multinazionale birraria AB-InBev (del cui discutibile  metodo di produzione si parla su un articolo su Cronache di Birra).

Esistono elementi comuni a ciascuna denominazione, certo, ma è bene sappiate che chiedere una birra trappista o d’abbazia al bancone sarà una richiesta troppo generica. Ecco spiegate le occhiatacce che il publican di turno vi lancia di tanto in tanto.

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