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Birra analcolica? Un fenomeno dilagante!

Mentre la birra artigianale in Italia rimane priva di una definizione a norma di legge, la birra analcolica è circoscritta da un apposito disciplinare.

Approfitto di un mio recente post per discutere con voi circa le caratteristiche della birra cosiddetta analcolica. Nome che in realtà suggerisce tutto del prodotto: una birra il cui contenuto alcolico è minimo (non necessariamente 0).

Concetto piuttosto recente, quello della birra analcolica, nato prevalentemente (secondo info ufficiali) per venire incontro agli autisti e combattere in qualche modo il dilagante fenomeno degli incidenti stradali accresciuto dal consumo di bevande antecedente la guida. Notizia, dall’altra parte, che fà storcere il naso (più e più volte) ai tradizionalisti, amanti della birra “come mamma l’ha fatta”.

Dal punto di vista legislativo, in Italia esiste una legge apposita che ne regolamenta la produzione. Il D.P.R. 30 giugno 1998, n. 272, Art. 2. legifera appositamente, sotto la voce “birra analcolica” che:

“tale denominazioneè riservata alla birra con grado Plato non inferiore a 3 e non superiore a 8 (un grado Plato corrisponde a 10 grammi di zuccheri fermentabili in 1 kg di mosto) e con grado alcolico volumetrico non superiore a 1,2%.”

Da sottolineare che la nostra legislazione appare più “tollerante” rispetto a quella estera: negli USA il livello di alcolicità è ancora più basso, con il suo 0,4%, mentre in Gran Bretagna il livello rasenta lo zero assoluto, con il suo 0,05%.
In commercio è ormai possibile trovare un’ampia varietà di questa tipologia di birre, distinte in funzione della legislazione nazionale praticata nel Paese di produzione. Una distinzione universale, ad ogni modo, anche al fine di fornire un punto di riferimento preciso, riguarda la tecnologia impiegata per la loro produzione. Ne esistono anche in questo caso di diverse, ma le più diffuse sono:
  • Interruzione della fermentazione al raggiungimento del tasso alcolico desiderato e diluizione (da 0,3 a 1,0% vol.). Si utilizzano a tale scopo mosti selezionati, preparati appositamente allo scopo di avere un contenuto limitato di zuccheri fermentescibili. Questi, inoltre, vengono trattati con un ridotto contenuto di lievito. Quest’ultimo è impiegato fino al raggiungimento della trasformazione di al massimo il 2% del mosto zuccherino, quindi viene eliminato attraverso procedimenti meccanici, bloccando la fermentazione. Inizia così la fase di diluizione, che prevede l’utilizzo di acqua trattata e desaerata fino al raggiungimento della percentuale desiderata di alcol.
  • Rimozione dell’alcol a produzione finita, tramite evaporazione sottovuoto (da <0,09 a 1,0% vol.). Occorre terminare il normale processo di produzione per eseguire questo tipo di operazione, ricordando che è tuttavia eseguibile solo su birra appositamente filtrata e, quindi, libera da lievito. L’evaporazione dell’alcol avviene ad una temperatura di 40-50 gradi centigradi (temperatura di evaporazione dell’etanolo in condizioni di sottovuoto). L’alcol lasciato evaporare verrà successivamente ricondensato e aggiunto nelle quantità desiderate alla soluzione priva di alcoli.
La birra analcolica ha circa 15 kcal per 100 g, 20 in meno di quella alcolica con il 5% in volume di alcol. Una bottiglia di birra standard da 33cl al 5% di alcol ha circa 110 kcal, se analcolica ne conterrà 50 kcal. Il risparmio è troppo basso per giustificarne il consumo mascherandolo dietro preferenze dietetiche.
Neanche la tutela della sicurezza stradale è tale da ammetterne la distribuzione commerciale e il marketing asfissiante. Piuttosto, ci vedo la solita intenzione commerciale di speculare sulle spalle dei consumatori, soprattutto coloro i quali seguono i consumi di tendenza e che vedono in poche calorie in meno la strada per il mantenimento della forma fisica ideale.
Discorso a parte invece quello dell’intolleranza dell’alcol. Tuttavia si ricorda che di bevanda completamente esule da alcol non si tratta, per cui la soluzione al problema alimentare più efficace sarebbe quella di dirottare i propri consumi su altra tipologia di bevande.
In conclusione, “il gioco non vale la candela”. Il gusto inevitabilmente cambia. Indipendentemente dal tipo di metodo impiegato per la produzione la differenza è sostanziale, ed è quella tra la birra ed una bevanda al sapore di birra. Siccome il consumo di birra non deve essere un’abitudine sconsiderata, consiglio un consumo modesto ma qualitativamente buono, piuttosto che ripiegare su un prodotto che di birra ne ha soltanto il nome. Questione di (buon) gusto!
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