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Beer firm e birrifici artigianali. Meno critiche, più birra. Parte prima

Nel marasma della birra artigianale italiana, l’incredibile fermento che sta attraversando il settore non ha mancato di coinvolgere i birrifici girovaghi o, come sono più diffusamente note, le beer firm. In Italia, ma anche nel mondo, è una formula di successo. Peccato che tutti quanti le critichino!

beer-firm-vs-birrifici-artigianaliRisale a qualche giorno fa l’articolo pubblicato da Andrea Turco su Cronache di Birra nel quale, reduce dalla vacanza/esperienza brassicola in Belgio, aveva esposto le opinioni – e soprattutto malumori – dei birrai locali nei confronti dei birrifici senza impianti, alias beer firm. Un fenomeno dentro il fenomeno, quello delle beer firm, che vivono attualmente uno stato di grazia come pochi, meritevoli di cavalcare a testa alta l’onda del momento.

Bazzicando tra forum, blog e compagnia bella, sono numerosissimi i dibattiti accesi. E altrettanto numerose le critiche che ho avuto modo di leggere nel tempo nei confronti di queste “giovani” iniziative birrarie, che abbracciano un modo di fare birra dalla filosofia cosmopolita, che sposano la causa dell’autonomia e dell’indipendenza, liberandosi dalle pastoie di una legge che in Italia – e forse non solo – troppo spesso ha testimoniato una cavillosa e obsoleta burocrazia, mancando di  adeguarsi ad un mercato in continua evoluzione ed a rapida diversificazione.

Una la critica per eccellenza: la mancanza di capacità e competenze, nonché dell’esperienza necessarie per la realizzazione di una produzione birraria sinonimo di qualità, di costanza qualitativa in particolare. La mancanza di impianti si tradurrebbe dunque, pur nella rara eventualità che i birrifici girovaghi riescano a partorire buona birra, nell’incapacità a priori di riuscire a dare continuità alla bontà della propria produzione. Una produzione ballerina e incerta, scostante, troppo altalenante per i gusti dei consumatori (secondo i birrifici, ed i relativi birrai). Se così fosse, i birrifici itineranti sarebbero stati una meteora, piuttosto che un fenomeno, che dopo qualche cotta fortunata qua ed una one shot là, sarebbe stato destinato ad un triste declino. Ed invece…

Sembra quasi di percepire un atteggiamento di gelosia da parte dei birrai, che vedono nella mancanza di impianti la consunta perdita del “diritto alla produzione birraria”. La dotazione di impianti rappresenta un punto di riferimento importante, una dimostrazione di attenzione e sensibilità nei confronti del consumatore, punto fermo al quale potersi rivolgere, sempre e comunque.

Consumatore che – povero lui – viene indirettamente chiamato in causa anche quando si tratta di commentare la diffusa pratica di definirsi birrifici. Una pratica diffusa, nevvero, questa dei birrifici itineranti, che genera non poca confusione nel settore, contravvenendo inoltre ad una informale legge etica nei confronti di chi, quella birra, la consuma. Lo stesso avviene in etichetta, dove nella maggior parte dei casi manca l’indicazione dell’impianto che ha ospitato la produzione.

Con particolare riguardo a quest’ultimo aspetto, ho più volte sottolineato il mio totale dissenso. Da consumatore, prima ancora che da appassionato, ammetto di avere non poche difficoltà a capire quando ho di fronte un birrificio con e senza impianti, se entrambi utilizzano l’indicazione “birrificio”. Non che la cosa faccia differenza nell’atto di consumo, ma vi lascio immaginare la mole di ricerca che bisogna compiere per essere sicuri di ciò che si scrive.

Una distinzione non certamente semplice, soprattutto per chi non ha conoscenza diretta delle realtà che si appresta a bere. Da questo punto di vista, dunque, ritengo sia necessario sostituire il termine “birrificio” con quello di “birra” (che non mi pare sia offensivo, eh). Ed ho sempre difeso il principio di correttezza – non tanto nei confronti del consumatore, quanto del birrificio ospitante – basato sull’indicare in etichetta il nome dell’impianto presso il quale la birra è stata prodotta.

Insomma, da questo punto di vista, mie care beer firm, non è che siate un esempio virtuoso di trasparenza. Sono sicuro che potete fare di meglio! Per tutto il resto, invece, mi schiero assolutamente in vostra difesa. L’assenza di impianti di proprietà può rappresentare una scelta tanto volontaria quanto “obbligata” (mancanza di fondi, difficoltà burocratiche, tempi di attesa), per cui occorrerebbe valutare caso per caso realizzando un opportuno distinguo. In ogni caso, l’idea imprenditoriale di fondo è la stessa, semplice, senza particolari ghirigori: fare birra.

Quella dell’etichettatura poco trasparente non è l’unica critica mossa nei confronti dei birrifici itineranti. Che si tratti di un darsi contro gratuito, giustificandolo con qualche vaga argomentazione? Personalmente, quella appena individuata, è l’unica che condivido. Settimana prossima vi dico come la vedo. E voi, cosa ne pensate di questa “battaglia” tra beer firm e birrifici artigianali?

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